barry lyndon

anche se sono un’inguaribile sonnambula, da ormai 15 anni ho difficoltà a vedere i film dopo le 22… che siano al cinema o in tv, che siano belli o brutti… forse mi rilasso troppo e tac dal film sullo schermo inizio una trama parallela nei miei sogni. da quell’incipit costruisco una nuova sceneggiatura che, ahimè, al mattino ricordo sempre vagamente. una volta ho addirittura sognato l’intera trama de i predatori dell’arca perduta con un tipo che frequentavo all’epoca nei panni, letteralmente, di harrison ford.  ci sono, poi, film che mi fanno fare bei sogni, come quelli della saga di star wars. li vedo semmai al pomeriggio e so già che quella notte mi troverò con obi-wan o han solo in qualche mondo parallelo con una spada laser in mano. non c’è forse persona o personaggio al mondo più ricorrente nei miei sogni di anakin skywalker. eppure… dopo le 22 posso addormentarmi anche con la saga delle saghe perché so che a breve i miei beniamini verranno a farmi visita nel sonno. c’è ad oggi un solo film che riesco a vedere a notte fonda a qualsiasi ora restando sveglia fino ai titoli di coda ed è barry lyndon.

sév

magdalene

se la madre di proust fosse stata italiana e non francese invece del tè coi pasticcini vedendolo triste e infreddolito gli avrebbe preparato una teglia di peperonata… e voglio vedere se da dentro quel piatto di “puparuoli mbuttunati” sarebbero saliti a galla giardini, ninfee e chiesette dell’infanzia o rutti e acidi gastrici. macché ricerca del tempo perduto, proust soffriva di reflusso gastroesofageo! «ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. m’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. donde m’era potuta venire quella gioia violenta? sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. donde veniva? che significava? dove afferrarla?» (marcel proust – la strada di swann).

sév

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train de vie – un treno per vivere

Immag0124vi racconto una storia. una storia triste. quando lavoravo in aeroporto, lo scorso anno, ogni pomeriggio dopo le 18 passavano al mio stand due signori di mezza età che venivano da sasso marconi. erano strani, molto gentili, si fermavano 5 – 10 minuti, mi chiedevano delle mie colleghe e insistevano ripetutamente per offrirmi un caffè che quotidianamente rifiutavo. in ogni caso erano strani, un po’ inquietanti forse al primo incontro. ma la mia collega, che già aveva avuto modo di frequentarli, mi aveva avvisata: “sono carinissimiiiii” con 5 i finali. inizialmente credevo fossero aeroportuali a fine turno di lavoro, poi ho scoperto che lavoravano in un’azienda di sasso e ogni giorno venivano in aeroporto per fare una passeggiata, come chi se ne va al centro commerciale per fare aperitivo prima di rincasare. erano strani, l’ho detto, e non capivo perché facessero 20 km ogni giorno per prendere un caffè in aeroporto, dove non esiste neanche una terrazza per vedere i voli decollare e il parcheggio non è neanche dei più economici. se proprio volevano vedere la gente partire potevano andare in stazione. ma a loro non piacevano le partenze, ma gli arrivi. erano strani, lo ripeto. ogni giorno si mettevano agli arrivi e aspettavano che la porta si aprisse e che le famiglie si ricongiungessero, i fidanzati si abbracciassero, gli amici si salutassero. e così tutti i giorni, da chissà quanti anni. ma io lavoravo alle partenze e quindi forse si fermavano da me per evitare di voltare lo sguardo verso gli imbarchi, in direzione di quel non luogo che porta verso un altrove misterioso. non ricordo come si chiamassero o forse non me l’hanno mai detto, uno di loro non parlava mai, si limitava ad annuire o a negare qualche osservazione. l’altro, quello che parlava, mi faceva domande bizzarre. una volta mi chiese se pensassi mai alla morte, un’altra se credevo che dopo la morte la gente si rincontrasse nell’aldilà. io ci scherzavo e rispondevo “ma che domande fai?” mentre l’amico annuiva alla mia osservazione. e poi venne il 27 giugno, giorno dell’anniversario di ustica. gli chiesi, chissà come mi venne in mente, se sapesse se in aeroporto era prevista qualche commemorazione, temevo forse di rincasare tardi, e mi rispose, senza senso, che c’erano state anche altre stragi come quella del treno sull’appennino a san benedetto val di sambro. non ricordo se si riferisse all’italicus del 74 o quella del rapido 904 del ’80. perché non capivo, come spesso accadeva, il nesso tra la mia domanda e la sua risposta. intanto i mesi passavano e tra un “come stai?” e un “com’è andata oggi?” quello che parlava si lasciava andare e ogni tanto accennava a una ragazza che era salita in cielo e ne parlava come un fatto recente, come una storia non ancora rimarginata sulla quale per discrezione non ho mai fatto domande se non tentare qualche frase d’occorrenza “ce la farai”, “bisogna essere forti”. finché qualche mese fa, poco prima che il mio contratto in aeroporto scadesse, mi confessò che quella fidanzata, che era salita in cielo, era morta proprio durante l’attentato di quel treno a san benedetto val di sambro. parlava in maniera confusa e non capivo tutto quello che diceva. all’inizio avevo inteso che fosse un incidente automobilistico, perché stavano andando in vacanza. poi parlò di un’esplosione e di un treno sull’appennino. ma capii perfettamente quando disse che le mancava tanto e che voleva rivederla e che da quel giorno va quotidianamente al cimitero a trovarla e che aspetta di morire per rivederla. e allora ho capito, e mi sono sentita anche una merda, tutte quelle domande strane, l’interesse per gli arrivi e l’odio per le partenze. mi sono chiesta spesso come dovesse essere stata la sua vita prima di quella strage, perché ora so che anche lui è morto insieme alla sua donna. 

séverine

il tempo delle mele

non mi sono mai piaciute le mele, neanche da bambina. non ho mai saputo tagliarle in quattro parti, togliere il torsolo e poi sbucciarle. non mi piace l’odore, troppo intenso, la consistenza, che ricorda quella di una patata cruda, e neanche la sensazione che danno sotto al palato. mi sembra di masticare carta. perché le patate in francese si chiamano “mele di terra”? un motivo ci sarà! sicuramente nel corso degli anni mi avrà influenzato tutto quell’immaginario culturale legato a questo frutto: adamo ed eva venivano cacciati dal paradiso terrestre, biancaneve moriva avvelenata, guglielmo tell rischiava di ammazzare suo figlio… e tutto questo per colpa di una mela rossa, mai renetta, mai golden, ma sempre rossa! e persino quel genio di isaac newton quella benedetta mela l’ha presa dritta in testa. per non parlare del povero paride… una mela dorata in cambio di una… guerra di 10 anni. ripeto, non mi sono mai piaciute le mele e prima di stamattina non mi sarei mai sognata di provare quelle mozzicate da altri. da oggi ho iniziato a usare il mac!

séverine