sono in treno, viaggio verso nord est. di fronte a me c’è una signora sui cinquanta ben vestita, ben truccata, ben pettinata, intenta a leggere un libro in riservatezza. più in là, invece, viaggia un’altra donna sempre cinquantenne, ma dall’aspetto trasandato e stanco. ha i capelli arruffati di un colore sbiadito, quasi quanto la carnagione del suo viso segnato da marcate rughe. resto colpita dal suo abbigliamento: ha i pantaloni blu, le scarpe beige, i calzini bianchi, la maglia arancione, la giacca viola e la borsa marrone. penso che persino un bambino saprebbe abbinare meglio gli indumenti, ma malgrado questa accozzaglia di colori è vestita rispettosamente non più o non meno dell’altra donna seduta di fronte a me. la donna trasandata ha l’accento meridionale e sta parlando con un uomo milanese, di cui, però, non vedo il volto ma solo le enormi mani che gesticolano mentre si rivolge a lei. chiacchierano, del più e del meno: cosa fa nella vita? dove scende? viaggia per lavoro? siamo in ritardo? freddino oggi? insomma le solite conversazioni da treno, che tanto detesto quando vorrei dormire, leggere o ascoltare un po’ di musica in santa pace. ma niente, oggi tutto ciò non è possibile. il tono di voce e  la risata  di lei sono troppo acuti e mi impediscono di rilassarmi. così, dietro ai miei occhiali da sole, mi metto ad osservarli e ad ascoltare le loro conversazioni, incurante della buona educazione e della riservatezza. lei un po’ civettuola, malgrado l’aspetto e l’età avanzata lancia sorrisi ammiccanti all’uomo, gli offre un sorso della sua acqua brillante e fa battute sulla mentalità del nord così diversa da quella del sud. poi, la conversazione si sposta sul piano privato. lei, forse insegnante in qualche scuola del nord, si è lasciata da un anno dal marito, ha avuto problemi lavorativi e nel giro di poco tempo si è ritrovata senza casa e senza un soldo. per mesi è andata avanti chiedendo ospitalità agli amici, mentre ora vive con suo padre e riesce ad andare avanti miseramente tra la pensione di questo e il suo stipendio. anche a lui, dipendente di un’azienda milanese, l’inflazione e la crisi economica hanno trasformato il suo tenore di vita. non si vergogna di dire che a sessant’anni è aiutato da suo padre, perché altrimenti solo col suo stipendio non riuscirebbe ad arrivare a fine mese. poi, lui è sceso, al suo posto è salito un ragazzo di vent’anni e lei ha smesso di sorridere di colpo ed è diventata malinconica. penso alle loro età: cinquant’anni e sessant’anni e capisco che non c’è molta distanza tra loro e me, con la differenza che loro alla mia età hanno potuto metter su famiglia e allevare dei figli, mentre alla mia generazione tutto ciò sembra negato per un tempo indefinito. ci dicono che la ripresa economica sta avvenendo. ma per chi? per le aziende, per lo stato? o per la massa? su un treno s’incrociano le vite di una trentenne senza futuro, di un sessantenne che riceve mensilmente la paghetta dal padre e una cinquantenne che è tornata a vivere dai genitori. tutti noi siamo un caso o un caso tra tanti?

séverine

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