20160728_210318la prima volta che sono entrata nella sala d’attesa era in ottobre. stavo aspettando m. e il suo treno era in ritardo. non c’ero mai stata prima, perché di solito prendo i treni per rotta di cuffia e devo sempre correre tra un binario e l’altro. quella volta, però, il treno di m. aveva avuto un guasto ed era in ritardo di oltre mezz’ora, così gli scrissi che l’avrei aspettato in sala d’attesa. non so perché gli diedi appuntamento lì dentro. è un posto triste e sporco, il luogo meno indicato per un primo appuntamento. c’era puzza di chiuso, faceva caldo, la sala era gremita e gli accessi verso il piazzale esterno erano chiusi per misure di sicurezza. i barboni dormivano sdraiati sulle panchine attaccate al muro, mentre i passeggeri aspettavano il proprio destino in ritardo, come il mio, di 40 minuti sul tabellone delle partenze. mi sedetti su una panchina e mi guardai attorno. notai lo squarcio sul muro… un enorme varco che tagliava la parete a metà. strano, l’avevo visto mille volte dal primo binario ma ero sempre passata con disinvoltura senza mai osservarlo con attenzione come se si trattasse di una normale porta a vetri e non di un segno permanente della storia. e poi mi accorsi delle piastrelle: proprio dove la nuova pavimentazione cede il posto al vecchio mosaico, il suolo si infossa e appare come se sprofondasse di qualche metro. e solo allora lessi per la prima volta l’elenco delle vittime. a ogni nome corrispondeva un’età, un cognome, una nazionalità, una storia. potevo ricucire i legami familiari e le origini geografiche di quelle persone al momento del decesso. un cognome sembrava tedesco, uno sardo, uno bolognese. ecco una famiglia, due fratelli, una madre e un figlio… all’epoca io avevo 23 anni e m. ne aveva 21. c’erano ragazzi della nostra età o poco più grandi e altri pìù giovani di noi. pensai alle nostre età al momento della strage: io avevo appena due anni, mentre m. era nato da pochi giorni. anche su quell’elenco c’erano bambini, contrassegnati dal numero 3, 6, 7, 8. all’epoca dei fatti io vivevo coi miei genitori a tantissimi chilometri di distanza da quella stazione e non ho alcuna memoria della strage se non tramite le foto e i filmati di repertorio visti successivamente ai fatti. forse quel giorno d’estate sarò stata al mare come d’abitudine con la mia famiglia, ma m. viveva a soli 40 minuti di treno da quella stazione e stava ricevendo le tipiche attenzioni neonatali da sua madre e dai suoi parenti. poi il tempo sarebbe passato, m. sarebbe cresciuto e anche io, ci saremmo conosciuti e innamorati di lì a vent’anni, mentre le lancette dell’orologio per quei bambini si sarebbero interrotte in quella sala d’attesa sotto un boato. non hanno mai avuto il tempo di crescere, di imparare a mangiare da soli, a scrivere, a contare fino a cento. la bomba sarà esplosa nell’attimo esatto in cui la mamma li stava coccolando o mentre facevano i capricci. nel frattempo un passeggero avrà guardato il tabellone degli arrivi, mentre altri saranno andati avanti e indietro per quella stanza, qualcuno avrà sfogliato un quotidiano e qualcun altro avrà fatto le parole crociate e poi ci sarà stato chi quella mattina avrà dormito come quei barboni sulla panchina e chi, a occhi aperti, avrà sognato le tanto desiderate ferie d’agosto che non sarebbero arrivate mai. intanto l’età su quell’elenco saliva e pensavo a quante cose nel corso di quei ventitré anni avevo fatto mentre a quelle vite era stato rubato. un tempo interrotto alle 10.25 del 2 agosto dell’80.

séverine

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