se la madre di proust fosse stata italiana e non francese invece del tè coi pasticcini vedendolo triste e infreddolito gli avrebbe preparato una teglia di peperonata… e voglio vedere se da dentro quel piatto di “puparuoli mbuttunati” sarebbero saliti a galla giardini, ninfee e chiesette dell’infanzia o rutti e acidi gastrici. macché ricerca del tempo perduto, proust soffriva di reflusso gastroesofageo! «ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. m’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. donde m’era potuta venire quella gioia violenta? sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. donde veniva? che significava? dove afferrarla?» (marcel proust – la strada di swann).

sév

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