rotaie

vago alla deriva sulle rotaie ardenti di questo treno. sento il mio sangue scorrere più veloce delle immagini impalpabili che si proiettano sul finestrino. un libro sul tavolino. una radio che va. ho lasciato una parte di me su quel binario: non c’era posto in valigia per le mie insicurezze, per la mia onestà! una bambina corre veloce per il corridoio, un ragazzo fissa il vuoto del tempo che passa, una donna sulla mezza ha tracciato sulla pelle “il peso di questa insostenibile esistenza”. l’uomo con la ventiquattrore si aggiusta il nodo alla cravatta mentre un gatto miagola chiuso nel suo trasportino. quanti occhi che si guardano, che si scrutano come campioni in un laboratorio di scienze. e la mia vita passa di fianco alla loro per un solo istante, per qualche ora e basta, senza né arricchirli né privarli di niente! e intanto alle rocce si alternano le colline e poi una città. penso a colui che ho lasciato immobile in quella stazione: scenderò anche dalla sua vita così indifferente quando avrò raggiunto il capolinea? è già il tramonto. il sole cede il posto alle apparenze. l’uomo coi baffi raccoglie i suo bagagli, la mamma incappuccia la sua bambina. il treno si ferma: “prego scendere”, ma non c’è nessuno che mi viene a prendere. (2004)

séverine

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l’ultimo treno

parlava spesso di paesaggi mobili, quelli che si catturano di sfuggita dai finestrini dei treni, mentre lo sguardo resta fermo verso un orizzonte ipotetico che fluttua e si sposta a ogni movimento sulle rotaie. era così che si sentiva, impotente di fronte alle cose che accedevano. neanche il tempo di formulare un pensiero che si sentiva già trascinata verso un’altra direzione e non poteva controllare gli spostamenti se non solo passarci di fianco, passivamente. e fu così che, dalle parti di firenze, in quel viavai di immagini passeggere vide un uomo volare via da quel quadro infinito. ( verso milano 2004)

séverine

le acrobate

 vivo sopra un filo come gli acrobati, sempre in bilico tra certezze e paure. per non cadere, mi fermo sul tragitto senza andare avanti e senza tornare indietro. eppure il filo potrebbe spezzasi lo stesso, qualcuno potrebbe tagliarlo e io non avrei neanche il modo di salvarmi, di salvare questa storia dalla monotonia e dal silenzio. (12 giugno 2004)

séverine

settembre

mi chiedo quando finirà quest’angoscia… quando arriverà la rassegnazione, quando questo dolore si congelerà, assumerà una forma solida, invece di questo magma rovente che mi brucia dentro fino a farmi impazzire. quanto tempo ancora? ho sofferto, è vero negli ultimi due mesi, ma era un dolore diverso, era un’inquietudine semmai, non un male, come quello che sto vivendo. più mi sforzo e più sento che nessuno può capirmi: neanche le frasi d’occasione “ci siamo passati tutti” riescono a farmi sentire in empatia con il mondo. dovevo aspettarmelo prima o poi? è questo ciò che mi sembra che la gente voglia comunicarmi, ma perché? perché? cosa ho fatto per meritarmi questo? dove ho sbagliato? credo che non avrò mai pace fino a quando non riuscirò a capire cosa ho di sbagliato, perché si è disinnamorato! non mi basta pensare ai motivi per cui si era innamorato di me, quei tratti del mio carattere, della mia persona evidentemente sono cambiati o forse non sono più bastati.  (settembre 2005)

séverine

i buchi neri

ho deciso continuerò a scriverti ma senza inviarti le lettere… se vorrai te le darò fra un mese circa a m. che stupida son stata a credere nella terapia della scrittura… ma per un attimo ho creduto… sì ho creduto come avevo creduto ad i., come ho creduto nell’amore eterno e come ho creduto in 3000 altre cazzate che si son poi dimostrate fallimento. mi avevi chiesto di entrare in questo mondo, nel buco nero, come lo chiamo io, volevi sapere cosa fosse a farmi male… ricordi quando ti parlavo delle lacrime? dicevo di non piangere  mai per una sola ragione, ma per mille motivi insieme che si sommavano, si sommavano man mano che il pianto diventava più forte e più silenzioso: e alla fine non sapevo più perché avevo pianto. ecco il mio “buco nero” di questo periodo aspira a sé tante, troppe meteore. e se vuoi entrare in questa dimensione, in questo vortice di pensieri confusi nella gabbia della mia scatola cranica devi sentire l’agonia di tutte queste stelle che si sono spente, una ad una. in alternativa puoi decidere di non leggere. sei libera e sei troppo, troppo intelligente ed empatica per soffrirne anche tu e per non credere alle mie parole. non posso dirti che tutto sia k.o. e se te l’ho fatto immaginare è perché ti ho scritto nei momenti in cui ero più depressa, più sola… ma sono arrivata in un momento in cui non mi basta niente, sento solo vuoto dentro e attorno a me. penso a come era più piacevole o almeno meno angosciante soffrire per le bugie di i. a volte mi capita ancora di sognarlo, o di sognare di svegliarmi e ricevere un suo sms… il motivo di questi sogni? facile: se non hai nessuno a cui pensare allora ti leghi al ricordo di chi già c’è stato, di chi ti ha già fatto male e non può farti più soffrire. col tempo sembra che restino solo i bei ricordi: le conversazioni su almadovar, i suoi sguardi che ti penetravano l’anima, i brindisi di coppe subito svuotate… e gli sms all’alba che ti facevano sentire un pensiero importante, il primo della sua giornata. ovviamente ti illudevi, ma era sempre un inizio uno splendido inizio. prima non avevi avuto niente… ora eri trascinata nel libro delle favole. peccato che l’ultima pagina di quel libro fosse stata strappata e con esso il lieto fine che sarebbe dovuto essere un inizio. qui della faccenda di i. nessuno è riuscito a capirmi mai. hanno detto sempre: “era tutto così evidente, fessa tu che ci sei cascata”. fessa io, ma chi ha mai saputo come andassero certe cose? fine della vicenda. questa intrusione di i. nella pagina non era prevista. (14 giugno 2001)

sév

xxx

maggio inoltrato. non so più a che pensare, a quale sogno rivolgermi, verso quale illusione aggrapparmi. sì, aggrapparmi come a un miraggio nel deserto. così nascono le illusioni, queste biglie magiche, di cristallo, che si frantumano e si moltiplicano costantemente nei miei globuli rossi e che mi danno un input per andare avanti senza sentirmi vuota: vuota di sentimenti, di aspirazioni, di affetto. il problema è il tempo che passa, mentre io non riesco a stargli dietro, a raggiungerlo. così mi sforzo per fermare il tempo di coloro che mi sono vicino, ma loro sono già altrove… e mi ritrovo ancora sola. sono realista e non lo sono. guardo in faccia la realtà e poi la fuggo: ricerco il mio posto a sedere nell’anfiteatro della vita, ma è stretto, mi alzo e me ne vado. a volte so cosa realmente voglio e da cosa sono costantemente in fuga: forse dal dolore, dal sentirmi rifiutata ancora, da lui, dalla gente, da questo mondo di superdonne che mi deride. ho solo paura, anzi angoscia, più che panico. non è paura di non farcela da sola, di non sapermela cavare, ma è terrore di riuscirci, di accorgermi all’improvviso di non avere più bisogno degli altri, perché io basto a me stessa. quest’ultimo anno è passato come un fluire di emozioni opposte che si annullavano dentro di me come termini matematici: la grande gioia, la sofferenza diventavano “noia” leopardiana e “nulla” più. sono cambiata, questo è certo, più forte, più matura agli occhi degli altri, ma nello specchio è riflessa solo tanta fragilità come quelle biglie. o chi lo sa, magari io sono sempre la stessa e a cambiare è stato solo tutto ciò che mi circonda. è che mi affeziono alle persone, a luoghi che esorcizzano le persone, e vorrei che niente cambiasse, interrompendo l’armonia in corso… ma ci si affeziona sempre a chi prima o poi ci farà più male. non è anche questa un’utopia? non resta allora che aspettare che il pugnale di bruto ci trafigga e sognare, sognare, con gli occhi lucidi di malinconia. (maggio 2001)

sév

come in uno specchio

certe volte immagino. non riesco a vedere lui a dargli un volto, un corpo, un odore… non riesco a vedere la situazione, l’ambiente: ma vedo me stessa, dentro e fuori di me. come in uno specchio capovolto sono il suo riflesso che osserva. ascolto dalle sue orecchie, parlo dalla sua bocca, sento dal suo cuore, vedo dai suoi occhi. vedo i miei occhi. mi ci tuffo dentro, sto navigando tra le lacrime, scrutando. sento un rumore silenzioso, greve… sembra un pianto: vedo la paura, negli occhi della donna. la paura  e la certezza di essere abbandonata. tutto tace attorno a questo corpo disfatto che quasi non le somiglia più… quasi non le appartiene più. tutto tace, ma il segreto è stato svelato. non ci sono più misteri per nessuno… solo amarezza e delusione che si rispecchiano nel dolore e nell’amore.  i petali dell’american beauty appena sbocciata stanno già svolazzando al vento che li sta trascinando via ad un ad uno. non è bastato mentire o fingere di mentire per farsi amare un po’ più a lungo… giusto fino a domani per non svegliarsi ancora più sola. non mi lasciare, non mi lasciare, non mi lasciare, non mi lasciare… (30 giugno 2001)

sév


l’ultimo metrò

accendo la radio: hotel california… è un bell’inizio. tornando da roma fiumi di pensieri  mi invadono la mente. mi piace viaggiare, mi piace camminare per strade che non conosco e scaricare i miei pensieri sulle vetrine, tra gli sguardi che si incrociano passando: scarico tutte le preoccupazioni, tutte le malinconie. prendo un treno, un aereo e via… mi lascio trasportare altrove. fuggire? sì ma per ritrovare me stessa. così venezia, parigi, roma, capri, londra… quante volte ho fatto quella maledetta fila allo sportello sperando, sperando… chissà cosa; come quando entri al cinema e non sai mai se ne uscirai commossa o ridendo… mi piace viaggiare da sola, è come confrontarmi con me stessa, con le mie ansie, con la mia misantropia che mi spia come un’ombra… ma al ritorno sono sempre sola e non c’è mai nessuno che mi chieda “divertita?” ieri sera, avevo voglia di chiacchierare, di raccontare cosa avevo fatto a roma… ma a chi? sono rimasta in cucina sola con la mia stanchezza e il mio entusiasmo trasformato in cenere…  e allora ho capito che non me ne frega niente di tutto ciò a cui sto tendendo. che senso ha soddisfare i propri sogni se non c’è nessuno partecipe dei tuoi successi? non ha senso, capisci? la gente finge di essere interessata a te quando stai male… ma se sei felice per qualunque cazzata se ne frega e ti lascia ingurgitare tutto il tuo entusiasmo da sola… e allora ho maledetto quella coppietta abbracciata in via del corso e ho stramaledetto quell’altra che si stringeva piangendo prima che arrivasse la metro, perché al mio capolinea non c’è mai nessuno ad attendermi. come vedi basta un po’ di brezza che il mio umore crolla… basta un gesto, un soffio e mi frantumo come una statua di gesso… e una bella giornata si conclude con la peggiore delle serate. e la gente che mi considera forte. (22 giugno 2001)

sév