io sono mia

il bisogno d’amore non può mai superare quello di rispetto.

séverine

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let it be

odio i cambiamenti, perché ogni cambiamento porta a una scelta e ogni scelta a una rinuncia. ho paura della vulnerabilità, perché quando sono stata volubile ho commesso degli errori. le relazioni mi fanno più paura della solitudine, perché ho il terrore di essere lasciata. un rifiuto ferisce come un abbandono. tendo a reprimere le emozioni, e poi mi viene la gastrite. detesto sentirmi in colpa, soprattutto se ho ferito una persona a cui tengo. non mi piace  l’indifferenza, perché mi mette a disagio. ma mi manchi, e questo è un fatto.

séverine

la passione di giovanna d’arco

il 30 maggio 1431 una donna bruciava sulla piazza del mercato di rouen. condannata come eretica, recidiva e strega. aveva solo 19 anni e un grande coraggio alle spalle. aveva vinto una guerra, scacciato gli inglesi dalla sua terra, liberato orléans, incoronato un re mandato in esilio. erano delle voci che le imponevano di combattere, quelle di san michele, santa caterina e santa margherita. e lei aveva ubbidito senza paura a quelle voci che le dicevano di vestire da uomo e che le avevano fatto ritrovare la spada di carlo martello dietro l’altare di una chiesa di campagna. il suo motto divenne “chi mi ama mi segua” e per un po’ molti la seguirono: dunois, la hire, gilles de rais. anche quel giorno di maggio avrebbero dovuto seguirla, ne era convinta. credeva che gli armagnacchi, il suo partito, e il suo re sarebbero venuti a liberarla, invece non venne nessuno mentre il fuoco ardeva ai suoi piedi. morì per il fumo e per il calore prima ancora di prendere fuoco e diventare un pugnetto di cenere. il suo cuore fu gettato nella senna, perché si dice non volesse bruciare. o forse no! forse il suo partito venne veramente a salvarla, forse su quel patibolo quel giorno non c’era lei, ma qualcun’altra. forse era veramente la sorella legittima del re, forse qualcuno l’aiutò a scappare in germania e successivamente a metz, forse cambiò identità, forse si sposò ed ebbe figli. forse fu nota come la signora di metz, jeanne de france o claude de lys, il giglio di francia. forse tornò anche a orléans e forse la folla la riconobbe al suo ingresso in città. forse alla sua morte fu sepolta nella cattedrale di metz e forse sulla sua tomba fu posta una targa: “qui giace giovanna di francia”!

séverine

un uomo a metà

giorni che passano. ansia che cresce. ansia = paura. paura di cosa? di rivederlo. o di non rivederlo. paura =  certezza. certezza che non sarà più come l’ultima volta che non potrà mai essere più come l’ultima volta. agitazione, terrore. terrore = insicurezza. insicurezza di non bastare a quest’uomo, di non bastare più al suo corpo, di non essere alla sua altezza, o all’altezza di quelle donne più donne di me, più giovani di me, più vicine ai suoi ideali nordici. gelosia = invidia, cioè paura. paura che mi farà fuggire via come sempre, che mi farà evitare l’attimo invece di viverlo, che me lo farà evitare per non sentirmi rifiutata. inquietudine = giorni che passano. attesa che cresce smisurata da cinque mesi. cinque mesi di training. cinque mesi che continuo a ripetere che non è colpa sua non sentire quello che sento, non volere quello che voglio. sono una persona adulta. devo essere ragionevole. devo accettare le conseguenze delle mie azioni. causa-effetto. principio della causalità. azione-reazione. nessuna reazione al momento. nessuno stimolo da parte sua da giorni. nessuna emozione. solo attesa. giorni che passano. nessuna curiosità sul domani. fine della curiosità. curiosità = origine del mondo. curiosità all’origine della vita. curiosità alla base di tutto. fine della curiosità =  morte. distruzione. di cosa? distruzione di un sentimento. distruzione di uno stato d’animo. distruzione di una prospettiva. distruzione del proprio essere. essere = forma verbale. ausiliare. prima persona singolare infinito presente: io sono. cosa, chi, perché? “cogito = no entia coagito, ergo non sum” (carlo michelstaedter – la persuasione e la rettorica). 

9 marzo 2009

séverine

la donna scimmia

assomigliava a una scimmia. sì, insomma non a un gorilla o a uno scimpanzé, piuttosto a una scimmietta, a un cucciolo di macaco, con gli occhietti piccoli e tondi. ogni suo sguardo, ogni sua espressione, ogni sua risata ricordava un primate. anche la conformazione della mandibola, il naso piccolo e schiacciato, i segni spessi delle occhiaie e le labbra sottili erano più simili a quelli di una scimmia che di una donna. non era una bellezza, ma questo lo sapeva, ne era consapevole. fin da bambina la prendevano in giro per il suo aspetto e anche ora, da adulta, più si guardava allo specchio e meno riconosceva nei suoi tratti una fisionomia  femminile. quando si è consapevoli della propria bruttezza è inutile starsi a curare, perché anche quando ci si trucca si sta soltanto mettendo una maschera che per qualche ora riduce un difetto ma non lo elimina definitivamente. forse solo la chirurgia estetica, ma a questo non aveva mai pensato. al contrario, lei aveva provato ad ingrassare, a dimagrire, ma niente in ogni caso sembrava sempre una scimmia più o meno in carne.  eppure avrebbe voluto essere bella, tanto bella, non per vanità, ma per piacere di più agli uomini, per avere su di sé sguardi affascinati, come le altre donne. invece, quando camminava per strada, nessuno si fermava e la notava, se non sogghignando, per il suo aspetto buffo. e anche gli uomini, che di tanto in tanto frequentava, sembravano vergognarsi a farsi vedere in sua compagnia, poiché spesso evitavano gesti d’affetto pubblicamente. a lei sembrava sempre di dare troppo poco ai propri partner, come se la sua bruttezza fosse la causa della fine delle sue relazioni o ancor peggio la causa dei rifiuti degli uomini a cui timidamente si proponeva e che immancabilmente le preferivano qualcun’altra e a quel punto lei si tirava indietro, in disparte, perché quando si è la donna scimmia non ci si può mettere a competere con le altre donne. si lascia perdere e basta. 

séverine

destini di donne

le grandi donne della storia non sono le antesignane della rivoluzione sessuale, non hanno vinto premi nobel per la fisica, non sono eroine di guerra insignite di qualche medaglia d’oro, non sono le scrittrici di successo, le artiste di talento o le regnanti che hanno cambiato le sorti di una nazione. i nomi delle grandi donne che hanno segnato la storia non sono riportati in nessuna enciclopedia e in nessun manuale scolastico. sono le nostre mamme che lavorano e accudiscono i figli quotidianamente, sono le nostre nonne, bisnonne e bisbisnonne che zappavano la terra negli orti tutto l’anno, sono le madri single, sono le streghe mandate al rogo dall’inquisizione, sono le donne morte sul lavoro nel corso dei secoli, sono le operaie dell’omsa che manifestano per i propri diritti, sono queste e tante altre che vanno avanti da sempre ogni giorno nell’anonimato e fanno girare il mondo… sono loro le grandi donne della storia ed è  a loro che dedico questo 8 marzo.

séverine

dies irae

se avessi potuto scegliere in che epoca vivere avrei scelto il medioevo. sarei voluta essere una cortigiana,  una principessa in un castello in attesa del rientro del suo uomo dalla guerra. sarei voluta essere una di quelle figure angeliche immortalate dalla poesia trecentesca: beatrice, laura, fiammetta… e ancor prima di loro, melisenda, la principessa di tripoli, la donna per la quale un trovatore provenzale partì crociato col solo scopo di vederla un’unica volta nella vita. il poeta, però, nel tragitto si ammalò e morì tra le braccia della sua amata, accorsa in suo aiuto. ho sempre aspirato ad una passione così idilliaca, sofferta, poetica, ma nella mia vita ho conosciuto pochi trovatori o stilnovisti e i miei uomini invece di dedicarmi rime di cavalcanti sono più soliti imprecare alla bukowski.  effettivamente, però, la parte dell’angelo del focolare mi si addice poco. e, in fin dei conti, il ruolo della cortigiana che aspetta decenni il rientro dal suo cavaliere mi avrebbe un po’ rotto. nonché, alla lunga, anche le cinture di castità mi avrebbero iniziato a dar fastidio, a stringermi sui fianchi e ad arrugginirsi nei punti strategici e avrei cercato il primo fabbro corruttibile della zona per farmele aprire. a quel punto mi sarei resa conto che la vita di corte non fa per me, che non sono ne’ per i poeti, ne’ per i giullari, ne’ per aspettare decenni un crociato dalla terra santa. avrei lasciato tutto e sarei scappata, fuggita verso la foresta e avrei trovato rifugio nella natura. avrei rinnegato le regole della società e il mio ruolo di donna. avrei scoperto la libertà. qualcuno mi avrebbe chiamato strega, i bambini avrebbero avuto paura di me, altri sarebbero venuti per farsi curare con le erbe medicinali,  la mandragola e la belladonna,  e poi un giorno mi avrebbero portato davanti alla santa inquisizione. mi avrebbero fatto un processo, non avrei capito niente delle parole di quei signori acculturati che avrebbero provato a tramare contro di me. e così a mia insaputa sarebbero riusciti a farmi confessare, a dire che in realtà faccio sortilegi, curo la gente con erbe maledette e faccio rituali magici e mi avrebbero dato la sentenza. mi avrebbero tagliato i capelli, legato le mani e  portato in una piazza. la gente in piazza mi avrebbe insultato chiamandomi “megera”. qualche saltimbanco avrebbe fatto uno spettacolino sulla fune, un cane si sarebbe fermato a guardarmi da sotto il patibolo. mi avrebbero fatto salire sul palco. mi avrebbero legato a un palo. le corde sarebbero state strette e il respiro avrebbe iniziato a mancarmi. la paura. il boia avrebbe acceso la legna. l’odore del fumo sarebbe stato come quello di mille cerini accesi. il calore che sale. la paura che cresce. il respiro che manca. inizio a bruciare. brucio come un pezzo di legno in un camino. non sento più i miei piedi, le mie gambe, il mio torace… resta solo il pensiero che continua ad andare. una nuvola di fumo mi copre l’orizzonte. non vedo più niente. sento solo gli insulti della gente ronzarmi nelle orecchie: “strega”. sta arrivando la fine. eccola. esisterà l’inferno? volevo solo vivere a modo mio. «“la natura le ha fatte streghe”. è la vera indole della donna, il suo temperamento. nasce fata. in ricorrenti celebrazioni, è sibilla e, in amore, maga. per scaltrezza e malizia (spesso capricciosa e benefica), è strega che svela il destino e magari placa o evita i malanni» (jules michelet – la strega).

séverine

volevo i pantaloni

io so che a me piacciono gli uomini ma non sono certa di essere donna. sono due cose diverse i tuoi gusti sessuali e la tua sessualità.  a volte mi sento forzata in un ruolo che non mi sento appartenere del tutto e vedo le donne per strada con ossessione perché vorrei essere loro ma non mi sento loro. sono cose che mi chiedo da tanto. diceva la mia prof del liceo che io odiavo le donne perché le consideravo inferiori e non accettavo di esserlo. da bambina fu un trauma per me scoprire di essere una femminuccia. ero all’asilo e giocavo a lego con dei bambini e loro dicevano che non potevo giocare con loro perché  ero una bambina e non avevo il pisellino, mentre io ero convinta di averlo. queste cose non le avevo mai dette, ora invece mi fanno ridere. quando tornai a casa provai a “tirare” tutto là sotto convinta che dovesse spuntare non so cosa.  c’era una mia foto da neonato e io dicevo a tutti che “lì” ero “quando ero maschio”, mi ero convinta che fossi nata maschio e poi diventata femmina. non ero in grado di vedere che avevo già un accenno di seno in quella foto.

séverine

lettre à roberto

questo maledetto orologio biologico sembra una bomba ad orologeria (tic-tac, tic-tac,…) pronta a scoppiare (boooom)  e ogni mese sai che una parte di te ti sta abbandonando e che hai sempre una chance in meno. poi, in realtà, non hai mai nemmeno sentito questo istinto materno così forte. non ha mai “desiderato” diventare mamma. ne hai anche sofferto di questa cosa, perché le tue amiche per strada si soffermavano a guardare i marmocchi nei passeggini (ahwn) e tu i cani a guinzaglio (bau bau). pensavi che qualcosa in te non andasse, perché “sei una donna e biologicamente una donna è fatta per procreare e crescere figli”… ne soffrivi, perché una donna “deve” sentire l’istinto materno, almeno è questo che ti è sempre stato detto. ricordi, le bambole che  chiamavano mamma, i passeggini a misura di bimba, i bambolotti che facevano pipì…? tutta una serie di elementi che hanno coronato la tua infanzia, mentre tu preferivi far fare cose sconce a ken e barbie dentro il barbieletto (pofpof) invece di improvvisarti a fare la piccola mamma dei tuoi giocattoli. e le amiche ti dicevano “quando ti innamorerai della persona giusta allora vorrai avere un figlio…” (bla-bla-bla), ma tu la persona giusta pensavi di averla già trovata, sicché com’era possibile che non sentissi questo bisogno?  poi a un certo punto, dopo i trenta, hai iniziato a sentire il rumore di una sveglia nelle orecchie (tic-tac, tic-tac) e ti sei accorta che il tempo stava per scadere (driiin)…. forse quell’uomo non era la persona giusta, e quell’istinto materno non lo hai ancora del tutto trovato in te, ma una voce martellante nella testa ti ammonisce come un monaco trappista, ripetendoti imperterrito “ricordati che devi morire”. e non solo te ne ricordi, ma ti ricordi che stai invecchiando, ti ricordi che sei già in fase calante, che le tue ovulazioni mese per mese diminuiranno (plin) finché un giorno spariranno del tutto (plop). e a quel punto anche il piacere si ridurrà, sentirai meno interesse sessuale (puf puf), inizierai ad ingrassare come una vacca e le tue ossa scricchioleranno per l’osteoporosi (crack). e così ti chiedi: finora cosa hai realizzato? niente. niente, né professionalmente, né sentimentalmente. e ti accorgi che forse tutto sommato quei marmocchi non sono così malacci quando sputacchiano pappa (ptuh) e quando frignano tutta notte (uehhh, uehhh, uehhh) e non sembrano più nemmeno patetiche quelle coppie che portano i poppanti la domenica al mare (quash), che fino a qualche tempo fa tanto ti impietosivano (bleah). ma a questo punto della tua storia non hai nessuno. e non hai nemmeno una casa, un lavoro, un minimo di sicurezza economica. senti solo che sta scadendo il tuo tempo (gong) e che la sabbia nella clessidra scende sempre più veloce. che fare (hmmmm)? aspettare la persona giusta  che potrebbe arrivare quando è ormai troppo tardi, o realizzare il sogno della maternità col primo che capita a discapito dell’amore?  personalmente scelgo la prima opzione (doki doki), malgrado tutto. “che cos’è dunque il tempo? se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più” (agostino d’ippona – le confessioni).

séverine