amici miei

un’amicizia che finisce fa più male di una storia d’amore giunta al termine. forse, perché di un partner non ci si fida mai completamente e ci si sente sempre sul chi va là in vista di un ipotetico tradimento. di un amico invece si è sicuri ciecamente, perché si è convinti che la persona che si è scelto come nostro confidente ci sarà incondizionatamente a condividere con noi gioie e dolori, segreti e pettegolezzi, risate e lacrime. la parola “sempre”, purtroppo,  ha, a volte, la scadenza del latte fresco e quando questo inacidisce è inutile piangerci sopra. si finirebbe solo per biasimarsi, mentre bisognerebbe accettare il fatto che le persone cambiano, gli anni passano e anche le relazioni che s’instaurano sono destinate a trasformarsi inevitabilmente. così, basta una parola non detta, un gesto inopportuno, una disattenzione e da un giorno all’altro non ci si fida più. è tipico delle donne. le amicizie tra due uomini o tra un uomo e una donna di solito sono sempre più durature e difficilmente troncano in modo drastico. sono più sincere forse o c’è meno competizione chissà. quando finisce un’amicizia, però, ci sentiamo spaesati, perché ad un amico non dovrebbe mai essere permesso farci soffrire. infatti, nell’attimo stesso in cui ci fa star male, smette di essere nostro amico. quando il nostro migliore amico ci delude, restiamo completamente disorientati, perché mai e poi mai avremmo creduto che ciò potesse succedere. e invece, ecco che un giorno ci si ritrova soli e lui non c’è più a “prendersi cura di noi”. lo cerchiamo ma non c’è, mentre avremmo tanto bisogno di parlargli, di confidargli le nostre angosce, di dirgli come ci sentiamo… e presto il nostro malessere non è più un problema esterno che vorremmo condividere con lui, ma diventa “lui stesso”, cioé il nostro migliore amico che non è più in grado di capirci, di starci vicino e di volerci bene. l’amicizia è un po’ come l’amore, e come l’amore sono proprio le disattenzioni a rovinare tutto. quando ci accorgiamo che il nostro amico, dopo tanti anni, non ci cerca più, come se non avesse più bisogno di noi, qualcosa viene meno.  e così, un giorno una goccia  fa traboccare il vaso e in un istante ci ritroviamo con più acqua sul pavimento che nel vaso. la bottiglia di vetro si rompe e con essa tutti i messaggi naufragati sotto il fondo del mare. impossibile ormai recuperarli! eppure ci proviamo e riproviamo ancora. il vetro è tagliente sulle dita, ma cerchiamo ancora di raccogliere quei frammenti dal suolo per rincollare i pezzi di quel vaso. ma ogni tentativo è vano e alla fine ci ritroviamo con troppi tagli sulle mani da disinfettare. poi un giorno diciamo basta, le ferite bruciano ancora tanto sui polpastrelli e ci rassegniamo al fatto che quel vaso è ormai distrutto e non vale la pena accanirsi tanto, spazziamo via i residui e li gettiamo nel pattume. si accetta che le cose siano andate così  e si va avanti. prendiamo delle garze ed impariamo a curarci da soli i nostri mali. e improvvisamente, come quando finisce una storia d’amore, si scopre che in ogni caso si va avanti,  perché si può vivere bene con quella persona, ma altrettanto bene anche senza, così presto impariamo  a fare a meno di lui.  un giorno ecco che il nostro amico si ricorda di noi e ci viene a cercare… ma ormai è troppo tardi, abbiamo già sofferto abbastanza e non ne sentiamo più la mancanza ne’ di lui ne’ dei resti di quella bottiglia finiti tra i rifiuti.

séverine

le amiche

ti propongo una parola: amicizia. analizzala insieme a me: puoi anagrammarla, scomporla, leggerla alla rovescia o porla in un quadrato semiotico. a te la scelta. in quest’ultimo anno, ma in realtà già da molto prima ho imparato a diffidare in questo strano vizio che porta assuefazione,  ma come ogni vizio che si rispetti è bene attendere sempre che finisca l’ultimo pacchetto prima di dire “ho smesso”.  così ho chiuso gli occhi mentre vasco cantava: “chissà quante volte hai riso tu di me…” e ho visto scorrere rapidamente come una pellicola di un film tanti fotogrammi che imprimevano l’immagine di un ragazzo o di una ragazza, di un bambino o di una bambina, 15 anni, 20, poi 18, poi 7… ma ad un tratto qualcosa nel proiettore si dev’essere inceppato così la velocità delle immagini aumentava rapidissimamente, più in fretta della percezione della mia vista, sicché non ero più in grado di riconoscere quelle persone, quei volti, quelle fette di età… e mi sforzavo, cercavo con lo sguardo di raggiungerli, ma loro correvano più in fretta di me. fino a quando non ho visto più niente. vuoto. futuro o presente? e chi lo sa! perché sono sempre le persone che stimiamo di più, a deluderci, a rinfacciarci i difetti, ad apprezzarci di meno. quest’anno è trascorso l’insegna della solitudine: un enorme neon talmente abbagliante che ti impedisce di vedere ad un palmo dal naso, ma che ti illumina solo davanti cosicché se ti volti sei in grado di vedere tutto; cioè tutto ciò che prima non riuscivi a vedere:  semafori lampeggianti, piccoli segnali che avrebbero dovuto mettere al corrente del bivio che non prefigurava sulla tua mappa… e invece?! ora sei nel mezzo di un deserto, di una palude, di una foresta e sei sola…(ma con lo stereo ancora acceso mentre vasco va… “le stelle stanno in cielo i sogni chi lo sa so solo che son pochi quelli che si avverano…”). hai chiesto aiuto, mandato segnali di fumo, ma sono tutti occupati, impegnati, ipermegaimpegnati: “non ti preoccupare”… “tutto si sistemerà”… “non puoi fare altro che aspettare”… e intanto il tempo passa mentre la tua esistenza sembra essere dimenticata dal mondo. sai qual è la paura che frega la gente? essere dimenticati! ma no! non dopo morti… essere dimenticati da vivi: dalle persone che una volta si frequentava.  “severine chi?”….”sicura che ci conoscevamo?”…“eravamo in banco insieme?”… no! impossibile, ero seduta vicino a… vediamo come si chiamava… capelli bion…neri, neri… o biondi?”. chiudi gli occhi: è come essere passati invisibili nelle vite altrui. sta accadendo? è già accaduto? è possibile, che un fidanzato, un marito, un figlio, un lavoro, nuovi interessi o compagnie possano sempre venire (ed esser venuti) prima di te? così restano le parole che non ho detto e quelle che mai dirò, restano le risate che ho avuto e quelle che non avrò, le lacrime che non ho consolato e quelle che non saranno consolate più: le mie. perché mi sei ancora amica? (2 giugno 2001)

sév