la visita

la sala d’attesa. le riviste sul tavolino della serie: “come diventare mamma in nove mesi”. la bottiglia d’acqua minerale a portata di mano. la segretaria che fa l’enigmistica. l’orologio che scandisce i minuti e il tempo non passa. intanto, entra una coppia, lei incinta di 5 mesi, lui che le sta vicino, ma non sa che fare. e tu lì: a contare i minuti, sola. non è ancora il tuo turno. nel frattempo, entra un’altra donna incinta, giovanissima, col fidanzato e va a sedersi proprio vicino a te. bevi ancora un sorso d’acqua e ti rendi subito conto che sei la sola a non essere accompagnata dal marito, dalla mamma, dalla sorella. bevi un altro sorso d’acqua e calcoli che le due donne incinte sono entrambe più giovani di te. nel frattempo esce dallo studio una coppia, il medico, felice, ha appena annunciato loro il sesso del nascituro e se ne vanno contenti e abbracciati, iniziando a fantasticare su probabili nomi da dargli. entra, adesso, una signora sui cinquanta. tu guardi l’orologio e capisci che ci sono stati dei ritardi e che forse dovrai attendere più del previsto in quella sala d’attesa. bevi un altro sorso d’acqua. alla fine arriva il tuo turno, dopo che hai letto per intero qualsiasi giornale o dépliant che hai scovato sul tavolino: da “9 mesi di solitudine” a “tutti i rimedi naturali per curare la candida”, da “effetti indesiderati della pillola del giorno dopo” a “pillola, anello o spirale? a voi la scelta”. durante la visita la ginecologa ti parla, ti spiega come sei fatta dentro, cosa accede e cosa si nasconde in quelle zone oscure, senza che tu capisca molto del suo linguaggio e aspettando solamente che ti dica che è tutto normale: che non hai malattie gravissime, che potrai avere figli da qui ai prossimi dieci anni e che non ti riempia come al solito di ormoni per curare i tuoi progesteroni pigri. tra la visita e l’attesa sarai stata in quello studio circa un’ora e un quarto, ma bergsonianamente è durata mezza giornata. le visite ginecologiche ti hanno sempre angosciata: non tanto della visita in sé, ma di quello che potresti sentirti dire… scoprire un male incurabile, scoprire di non potere avere figli, di essere prossima alla menopausa e questo senso di inquietudine si amplifica dal momento che ti senti sola in uno studio, dove i più sono in compagnia. certo sono paure che accompagnano tutte le visite mediche, ma senti che toccare la sfera della tua femminilità ti inquieta di più. anni fa ti è stato detto, durante un’ecografia al seno, che non potrai mai allattare. piangesti tanto per questa cosa, malgrado tu sia lontanissima dall’avere figli, ma è come se ti avessero detto che le grosse tettone che porti davanti vengono meno a quello che sarebbe il loro compito principale. poi pensasti: “forse non avrò mai figli, quindi cosa cambia?” ma la cosa ha continuato a turbarti per troppo tempo. «se voglio prepararmi un bicchiere di acqua zuccherata, checché faccia, debbo pur aspettare che lo zucchero si sciolga. questo piccolo fatto è ricco di insegnamenti: giacché il tempo dell’attesa non è più quel tempo matematico che varrebbe per tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se questa avesse a dispiegarsi in un sol tratto dello spazio: essa coincide con la mia impazienza, cioè con una parte della mia durata, che non si può allungare o abbreviare ad arbitrio. non è più qualcosa di pensato, è qualcosa di vissuto; non è più qualcosa di relativo. ma di assoluto» (henri bergson – l’evoluzione creatrice).

séverine