la cosa

sono una trentenne con le gambe di una settantenne. le mie ginocchia stanno invecchiando prematuramente. ho imparato a convivere con la “cosa” da qualche mese, anzi forse mi ci devo ancora abituare. doveva essere un semplice problema di muscolatura, invece, ho passato un’intera estate a girare tra ospedali e studi di ortopedici, nonché a googleare questa “cosa”, cercando di capire come curarmi. mi hanno detto che la cartilagine delle rotule si sta sbriciolando e un po’ per volta si consumerà. non si guarisce, è un processo lento, ma progressivo. posso solo cercare di rallentarlo (gli interventi chirurgici sono previsti solo in casi estremi) e tentare di vivere giorno per giorno senza pensarci o meglio pensando che ci sono cose più gravi nella vita. è comunque difficile non pensarci, perché le gambe fanno male. ormai sono convinta che i miei pensieri prendano forma proprio dalle mie ginocchia, come se in quel vuoto che avverto tra la rotula e il femore si sviluppassero idee, parole, emozioni. il pensiero nasce da lì, da dove l’urto si fa più violento, dove il dolore tira forte dalla caviglia fino al bacino come se fosse una fune. è come se in quel preciso punto del mio corpo, nella cavità del ginocchio, ci fosse tutta la mia persona. non so descrivere in altro modo questa sensazione. è come un vuoto, uno scricchiolio, ma anche come una  forte fitta.  è un fastidio costante, continuo a volte più lieve, altre più acuto, che però non trova mai pace, se non forse quando cammino per ore e ore. e ogni giorno peggiora. mi dà sempre più fastidio stare immobile in piedi, ma anche troppo tempo seduta o sdraiata e soprattutto mi è difficile salire e scendere le scale. evito la metro (troppi gradini tra una scala mobile e un’altra), ma non posso cambiare casa perché nel mio palazzo manca l’ascensore! per non parlare del gradino dell’autobus o di quello dei treni che sono diventati un’impresa titanica. pur di evitare la metro sono capace di attraversare la città a piedi. in italia ci sono fin troppe barriere architettoniche. fin quando si sta bene quello scalino non lo si nota neanche, e non ci si preoccupa neanche che per un anziano, un paraplegico o una mamma con un carrozzino potrebbe essere un ostacolo. ce ne si accorge appena una semplice distorsione alla caviglia ci impedisce di andare avanti e di appoggiare il piede su quel gradino. il primo pensiero che si è sviluppato appena mi hanno diagnosticato la “cosa” è stato se la situazione potrebbe peggiorare in caso di gravidanza, cioè se il peso del mio corpo possa in qualche modo fare carico su quel punto. il secondo, invece, è stato sul mio futuro, sulle cose che potrò o no potrò fare fra dieci o vent’anni.  adesso faccio fatica a salire e scendere le scale e mi aggrappo al corrimano come una vecchietta. la gente mi guarda stupita per la mia lentezza. anche con gli uomini ho difficoltà, perché mi accorgo che loro sono a disagio e non sanno come comportarsi. ed è inutile spiegare che è un mio problema e non loro, che non c’è nulla da preoccuparsi e che non sono contagiosa.

séverine