i buchi neri

ho deciso continuerò a scriverti ma senza inviarti le lettere… se vorrai te le darò fra un mese circa a m. che stupida son stata a credere nella terapia della scrittura… ma per un attimo ho creduto… sì ho creduto come avevo creduto ad i., come ho creduto nell’amore eterno e come ho creduto in 3000 altre cazzate che si son poi dimostrate fallimento. mi avevi chiesto di entrare in questo mondo, nel buco nero, come lo chiamo io, volevi sapere cosa fosse a farmi male… ricordi quando ti parlavo delle lacrime? dicevo di non piangere  mai per una sola ragione, ma per mille motivi insieme che si sommavano, si sommavano man mano che il pianto diventava più forte e più silenzioso: e alla fine non sapevo più perché avevo pianto. ecco il mio “buco nero” di questo periodo aspira a sé tante, troppe meteore. e se vuoi entrare in questa dimensione, in questo vortice di pensieri confusi nella gabbia della mia scatola cranica devi sentire l’agonia di tutte queste stelle che si sono spente, una ad una. in alternativa puoi decidere di non leggere. sei libera e sei troppo, troppo intelligente ed empatica per soffrirne anche tu e per non credere alle mie parole. non posso dirti che tutto sia k.o. e se te l’ho fatto immaginare è perché ti ho scritto nei momenti in cui ero più depressa, più sola… ma sono arrivata in un momento in cui non mi basta niente, sento solo vuoto dentro e attorno a me. penso a come era più piacevole o almeno meno angosciante soffrire per le bugie di i. a volte mi capita ancora di sognarlo, o di sognare di svegliarmi e ricevere un suo sms… il motivo di questi sogni? facile: se non hai nessuno a cui pensare allora ti leghi al ricordo di chi già c’è stato, di chi ti ha già fatto male e non può farti più soffrire. col tempo sembra che restino solo i bei ricordi: le conversazioni su almadovar, i suoi sguardi che ti penetravano l’anima, i brindisi di coppe subito svuotate… e gli sms all’alba che ti facevano sentire un pensiero importante, il primo della sua giornata. ovviamente ti illudevi, ma era sempre un inizio uno splendido inizio. prima non avevi avuto niente… ora eri trascinata nel libro delle favole. peccato che l’ultima pagina di quel libro fosse stata strappata e con esso il lieto fine che sarebbe dovuto essere un inizio. qui della faccenda di i. nessuno è riuscito a capirmi mai. hanno detto sempre: “era tutto così evidente, fessa tu che ci sei cascata”. fessa io, ma chi ha mai saputo come andassero certe cose? fine della vicenda. questa intrusione di i. nella pagina non era prevista. (14 giugno 2001)

sév

le amiche

ti propongo una parola: amicizia. analizzala insieme a me: puoi anagrammarla, scomporla, leggerla alla rovescia o porla in un quadrato semiotico. a te la scelta. in quest’ultimo anno, ma in realtà già da molto prima ho imparato a diffidare in questo strano vizio che porta assuefazione,  ma come ogni vizio che si rispetti è bene attendere sempre che finisca l’ultimo pacchetto prima di dire “ho smesso”.  così ho chiuso gli occhi mentre vasco cantava: “chissà quante volte hai riso tu di me…” e ho visto scorrere rapidamente come una pellicola di un film tanti fotogrammi che imprimevano l’immagine di un ragazzo o di una ragazza, di un bambino o di una bambina, 15 anni, 20, poi 18, poi 7… ma ad un tratto qualcosa nel proiettore si dev’essere inceppato così la velocità delle immagini aumentava rapidissimamente, più in fretta della percezione della mia vista, sicché non ero più in grado di riconoscere quelle persone, quei volti, quelle fette di età… e mi sforzavo, cercavo con lo sguardo di raggiungerli, ma loro correvano più in fretta di me. fino a quando non ho visto più niente. vuoto. futuro o presente? e chi lo sa! perché sono sempre le persone che stimiamo di più, a deluderci, a rinfacciarci i difetti, ad apprezzarci di meno. quest’anno è trascorso l’insegna della solitudine: un enorme neon talmente abbagliante che ti impedisce di vedere ad un palmo dal naso, ma che ti illumina solo davanti cosicché se ti volti sei in grado di vedere tutto; cioè tutto ciò che prima non riuscivi a vedere:  semafori lampeggianti, piccoli segnali che avrebbero dovuto mettere al corrente del bivio che non prefigurava sulla tua mappa… e invece?! ora sei nel mezzo di un deserto, di una palude, di una foresta e sei sola…(ma con lo stereo ancora acceso mentre vasco va… “le stelle stanno in cielo i sogni chi lo sa so solo che son pochi quelli che si avverano…”). hai chiesto aiuto, mandato segnali di fumo, ma sono tutti occupati, impegnati, ipermegaimpegnati: “non ti preoccupare”… “tutto si sistemerà”… “non puoi fare altro che aspettare”… e intanto il tempo passa mentre la tua esistenza sembra essere dimenticata dal mondo. sai qual è la paura che frega la gente? essere dimenticati! ma no! non dopo morti… essere dimenticati da vivi: dalle persone che una volta si frequentava.  “severine chi?”….”sicura che ci conoscevamo?”…“eravamo in banco insieme?”… no! impossibile, ero seduta vicino a… vediamo come si chiamava… capelli bion…neri, neri… o biondi?”. chiudi gli occhi: è come essere passati invisibili nelle vite altrui. sta accadendo? è già accaduto? è possibile, che un fidanzato, un marito, un figlio, un lavoro, nuovi interessi o compagnie possano sempre venire (ed esser venuti) prima di te? così restano le parole che non ho detto e quelle che mai dirò, restano le risate che ho avuto e quelle che non avrò, le lacrime che non ho consolato e quelle che non saranno consolate più: le mie. perché mi sei ancora amica? (2 giugno 2001)

sév