tempi moderni

alla ricerca di un lavoro, alla ricerca di una casa, alla ricerca di un po’ di serenità in mezzo a tutto questo caos. è come essere perennemente ad un casting, dove non siamo mai noi quelli adatti, quelli che stanno cercando, ma c’è sempre qualcun altro che viene prima di noi e che ci soffia via quella sola possibilità di cambiare che stavamo aspettando da sempre. e intanto noi abbiamo passato un’intera giornata a prepararci su un ruolo che non sarà mai il nostro. non era questa la vita che ci prospettavamo! non erano questi i traguardi che ci aspettavamo. non avremmo creduto dieci, quindici anni fa, di arrivare a questa età senza aver concluso niente, senza aver realizzato uno dei sogni che ci prefiggevamo. ci sentiamo dei falliti, siamo senza ambizioni, senza futuro, senza volontà alcuna. non abbiamo più interessi, non abbiamo più la grinta dei vent’anni, la passione degli universitari, l’entusiasmo dei neolaureati. ci sentiamo solo presi in giro. da tutti! dai politici, dai genitori, dagli insegnanti, persino dai maestri alle elementari, da tutti quelli che ci dicevano che bisognava studiare. ce l’hanno ripetuto per decenni: “studiate, che senza un’istruzione non andate da nessuna parte”. e ci siamo talmente convinti di questo leitmotiv che tutti ci inculcavano nella testa da persuaderci che effettivamente per trovare lavoro bisognasse prendere un diploma, una laurea, un master, una specializzazione, e innumerevoli corsi di formazione, perché alla fine solo quelli con i voti più alti sul libretto e con più titoli appesi al muro avrebbero lavorato. e così siamo cresciuti, noi, la generazione degli anni settanta, una generazione di nerd svezzata a pane e nutella, sicuri che il giorno dopo la proclamazione le aziende avrebbero fatto a gara per chiamarci. cazzate! in effetti hanno fatto, sì, a gara per noi, ma solo per offrirci uno stage formativo non retribuito. e ci hanno fatto credere, ancora una volta, che fosse cosa buona e giusta quando ci davano l’illusione di assumerci una volta finito il training… e invece un giorno come un altro, quando finalmente abbiamo iniziato a capire come funzionava quel lavoro ci hanno detto: “ci dispiace ma non possiamo tenervi”. e intanto, già era pronto a prendere il nostro posto un neolaureto che avrebbe ricevuto lo stesso trattamento e alle medesime condizioni. un altro giorno ci hanno detto che il posto fisso non c’era più. “scordatevelo!” e hanno cercato di convincerci, senza successo, che “precarietà” fosse sinonimo di “sicurezza”. e se non avessimo studiato grammatica italiana per tutti quegli anni forse ci sarebbero pure riusciti, ma purtroppo sappiamo fin troppo bene che quella parola vuol dire “incertezza” e “instabilità”, come ormai è diventata la nostra vita. certo, perché ormai questa provvisorietà è divenuta una condizione umana non solo lavorativa, dal momento che non siamo più in grado di fare dei progetti sulla nostra vita a tempo indeterminato. dobbiamo sempre avere sotto controllo tutto: relazioni, progetti, vacanze, tempo libero, come se fossimo entrati dentro un circuito perverso, uno schema mentale che deve in ogni caso fare i conti con la precarietà lavorativa e finché il lavoro è precario tutte le altre sfere del vissuto lo diventano di conseguenza. forse se avessimo investito tutti quei soldi spesi per l’istruzione in gratta e vinci, probabilmente avremmo avuto più chance per sistemarci a vita. perché, in fondo, ciò che ci viene negata è la possibilità di “costruirci una vita”, di comprare una casa,  di farci una famiglia, di avere un figlio che troppo spesso ormai è un sogno inversamente proporzionale a quello di trovare un lavoro. e intanto, siamo ancora disoccupati, le nostre ambizioni sono cambiate. non sogniamo più di fare gli ingegneri, i farmacisti, i giornalisti… perché ci accorgiamo di aver sprecato solo tempo, energia e entusiasmo nell’atto di coltivare sogni senza vederne i frutti e che quelle ambizioni non sono meno illusorie di quelle di un bambino che dice: “da grande voglio fare l’astronauta”. e così, ci ritroviamo giorno dopo giorno a mandare curriculum a cui mai risponderanno, a guardare inserzioni di case che mai ci potremmo permettere, a tenere a bada il cuore per evitare di affezionarci troppo e ad aspettare il momento migliore che non si decide ad arrivare. senta. da ragazzo mi lamentavo sempre con mio padre perché non avevo giocattoli. lui mi diceva: questo (si indica la testa) è il più grande giocattolo del creato, è qui il segreto della felicità (charlie chaplin).

séverine