m – il mostro di düsseldorf

ho iniziato a scrivere a sedici anni, mentre soffrivo di depressione, non so se per cura o per sfogo, ma mi era servito. scrivevo il mio diario, costantemente e assiduamente, racconti, qualche poesia, monologhi e molte, moltissime lettere. ho sempre scritto, con brevi interruzioni, fino ai ventidue anni. poi, entrò lui nella mia vita e come di colpo smisi. mi limitavo a qualche articolo, a qualche saggio laddove me lo si chiedesse, ma poco altro. non ci riuscivo. non ne sentivo il bisogno, quella storia mi appagava al punto da non avvertire la necessità di dedicarmi ad altro e soprattutto credevo che stando bene io non avessi niente da comunicare al mondo, o almeno a una pagina bianca. in realtà, non è vero che non scrivessi, perché ultimamente, in qualche  remota memoria del computer ho trovato una cartella denominata “m”, contenente tantissime email, lettere, bigliettini di auguri affettuosi tutti indirizzati a lui. quelli scritti a penna sono andati persi, perché ricordo perfettamente di avergli consegnato un folto plico quando ci siamo lasciati di tutti i fogli scritti nell’arco di quattro anni che non gli avevo mai consegnato.  chissà se avrà mai letto queste lettere, mah! forse saranno finite in una scatola con l’etichetta “ex”, dove conservava tutte le scartoffie delle sue donne passate. non credo che mi sia spettato un posto di riguardo. in quel periodo disegnavo tanto, cosa che ormai non faccio più. ricopiavo a matita, non usavo più il carboncino già da svariati anni, dei ritratti di egon schiele e di toulouse-lautrec (il mio pittore preferito) da un catalogo che mi aveva regalato lui. questo era il mio passatempo preferito, anzi forse il solo. mi occupava intere giornate e in un certo senso quegli sguardi melanconici delle figure di toulouse-lautrec erano il riflesso della mia incomunicabilità. anche questi disegni sono finiti nella solita scatola “ex”. pochi giorni fa, ho riletto i file della cartella “m”, uno per uno, e mi sono resa conto che sono le parole di una donna innamorata che non si sente compresa, stimata, apprezzata per le cose che fa e chiede aiuto, forse approvazione, ma senza successo. ed era così che mi sono sentita per tutto il tempo della nostra storia: lui non riusciva a stimarmi, non mi riteneva intellettualmente alla sua altezza (forse giustamente) e questo mi frenava nell’essere me stessa, cercando invano di adeguarmi ad un cliché che non mi rappresentava. sicché ho capito che io non avevo smesso di scrivere, perché stavo bene con lui, ma perché se lui non apprezzava quello che facevo, non valeva la pena farlo. in realtà, in quel periodo avevo smesso di fare tante altre cose che amo. ad esempio, ho smesso di leggere. le mie letture non erano le sue. ho avuto per quattro anni lo stesso libro chiuso sul comodino “frammenti di un discorso amoroso” di roland barthes. ho finito di leggere quel libro (e avrei sinceramente potuto risparmiarmelo) solo quando era finita la nostra storia. nel frattempo, credo di aver letto pochissime cose che non fossero testi universitari, credo delle letture estive da spiaggia e nient’altro. ricominciare a scrivere non è stato semplice, c’è voluto ancora del tempo. ho dovuto aspettare che l’amore che provavo per lui divenisse rassegnazione, la rassegnazione delusione e quest’ultima rabbia. solo a questo punto mi sono sentita libera dai sensi di colpa e dall’inadeguatezza nei confronti degli altri e ho ripreso in mano la mia vita, laddove l’avevo lasciata anni addietro. certo, non lo incolpo per come sono andate le cose o per i libri che non ho letto, ma credo, col senno di poi, che in ogni caso una storia vada costruita attraverso uno scambio reciproco di interessi, senza imporre egoisticamente il proprio punto di vista sull’altro o evitando di coinvolgere, come in quel caso, l’altro nella propria vita. io non riuscivo a trascinarlo nel mio mondo e lui non m’invitava nel suo, ma forse neanche io avevo troppa voglia di entrarci.

séverine

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