let it be

odio i cambiamenti, perché ogni cambiamento porta a una scelta e ogni scelta a una rinuncia. ho paura della vulnerabilità, perché quando sono stata volubile ho commesso degli errori. le relazioni mi fanno più paura della solitudine, perché ho il terrore di essere lasciata. un rifiuto ferisce come un abbandono. tendo a reprimere le emozioni, e poi mi viene la gastrite. detesto sentirmi in colpa, soprattutto se ho ferito una persona a cui tengo. non mi piace  l’indifferenza, perché mi mette a disagio. ma mi manchi, e questo è un fatto.

séverine

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xxx

maggio inoltrato. non so più a che pensare, a quale sogno rivolgermi, verso quale illusione aggrapparmi. sì, aggrapparmi come a un miraggio nel deserto. così nascono le illusioni, queste biglie magiche, di cristallo, che si frantumano e si moltiplicano costantemente nei miei globuli rossi e che mi danno un input per andare avanti senza sentirmi vuota: vuota di sentimenti, di aspirazioni, di affetto. il problema è il tempo che passa, mentre io non riesco a stargli dietro, a raggiungerlo. così mi sforzo per fermare il tempo di coloro che mi sono vicino, ma loro sono già altrove… e mi ritrovo ancora sola. sono realista e non lo sono. guardo in faccia la realtà e poi la fuggo: ricerco il mio posto a sedere nell’anfiteatro della vita, ma è stretto, mi alzo e me ne vado. a volte so cosa realmente voglio e da cosa sono costantemente in fuga: forse dal dolore, dal sentirmi rifiutata ancora, da lui, dalla gente, da questo mondo di superdonne che mi deride. ho solo paura, anzi angoscia, più che panico. non è paura di non farcela da sola, di non sapermela cavare, ma è terrore di riuscirci, di accorgermi all’improvviso di non avere più bisogno degli altri, perché io basto a me stessa. quest’ultimo anno è passato come un fluire di emozioni opposte che si annullavano dentro di me come termini matematici: la grande gioia, la sofferenza diventavano “noia” leopardiana e “nulla” più. sono cambiata, questo è certo, più forte, più matura agli occhi degli altri, ma nello specchio è riflessa solo tanta fragilità come quelle biglie. o chi lo sa, magari io sono sempre la stessa e a cambiare è stato solo tutto ciò che mi circonda. è che mi affeziono alle persone, a luoghi che esorcizzano le persone, e vorrei che niente cambiasse, interrompendo l’armonia in corso… ma ci si affeziona sempre a chi prima o poi ci farà più male. non è anche questa un’utopia? non resta allora che aspettare che il pugnale di bruto ci trafigga e sognare, sognare, con gli occhi lucidi di malinconia. (maggio 2001)

sév

le amiche

ti propongo una parola: amicizia. analizzala insieme a me: puoi anagrammarla, scomporla, leggerla alla rovescia o porla in un quadrato semiotico. a te la scelta. in quest’ultimo anno, ma in realtà già da molto prima ho imparato a diffidare in questo strano vizio che porta assuefazione,  ma come ogni vizio che si rispetti è bene attendere sempre che finisca l’ultimo pacchetto prima di dire “ho smesso”.  così ho chiuso gli occhi mentre vasco cantava: “chissà quante volte hai riso tu di me…” e ho visto scorrere rapidamente come una pellicola di un film tanti fotogrammi che imprimevano l’immagine di un ragazzo o di una ragazza, di un bambino o di una bambina, 15 anni, 20, poi 18, poi 7… ma ad un tratto qualcosa nel proiettore si dev’essere inceppato così la velocità delle immagini aumentava rapidissimamente, più in fretta della percezione della mia vista, sicché non ero più in grado di riconoscere quelle persone, quei volti, quelle fette di età… e mi sforzavo, cercavo con lo sguardo di raggiungerli, ma loro correvano più in fretta di me. fino a quando non ho visto più niente. vuoto. futuro o presente? e chi lo sa! perché sono sempre le persone che stimiamo di più, a deluderci, a rinfacciarci i difetti, ad apprezzarci di meno. quest’anno è trascorso l’insegna della solitudine: un enorme neon talmente abbagliante che ti impedisce di vedere ad un palmo dal naso, ma che ti illumina solo davanti cosicché se ti volti sei in grado di vedere tutto; cioè tutto ciò che prima non riuscivi a vedere:  semafori lampeggianti, piccoli segnali che avrebbero dovuto mettere al corrente del bivio che non prefigurava sulla tua mappa… e invece?! ora sei nel mezzo di un deserto, di una palude, di una foresta e sei sola…(ma con lo stereo ancora acceso mentre vasco va… “le stelle stanno in cielo i sogni chi lo sa so solo che son pochi quelli che si avverano…”). hai chiesto aiuto, mandato segnali di fumo, ma sono tutti occupati, impegnati, ipermegaimpegnati: “non ti preoccupare”… “tutto si sistemerà”… “non puoi fare altro che aspettare”… e intanto il tempo passa mentre la tua esistenza sembra essere dimenticata dal mondo. sai qual è la paura che frega la gente? essere dimenticati! ma no! non dopo morti… essere dimenticati da vivi: dalle persone che una volta si frequentava.  “severine chi?”….”sicura che ci conoscevamo?”…“eravamo in banco insieme?”… no! impossibile, ero seduta vicino a… vediamo come si chiamava… capelli bion…neri, neri… o biondi?”. chiudi gli occhi: è come essere passati invisibili nelle vite altrui. sta accadendo? è già accaduto? è possibile, che un fidanzato, un marito, un figlio, un lavoro, nuovi interessi o compagnie possano sempre venire (ed esser venuti) prima di te? così restano le parole che non ho detto e quelle che mai dirò, restano le risate che ho avuto e quelle che non avrò, le lacrime che non ho consolato e quelle che non saranno consolate più: le mie. perché mi sei ancora amica? (2 giugno 2001)

sév