the day after tomorrow – l’alba del giorno dopo

un giorno, chissà quando nel futuro, i bambini a scuola studieranno che ancora nel xxi secolo la gente moriva  a causa dei terremoti come nel medioevo si moriva per pestilenzie e pandemie. studieranno che i sisma distruggevano le città, facendo crollare campanili centenari e capannoni industriali di ultima generazione. accadrà quando l’uomo del futuro avrà imparato a dominare la natura, quando la scienza avrà sviluppato un sistema infallibile per prevenire in forte anticipo le scosse. a quei tempi si sarà addirittura trovato il modo per arrestare il sisma, depotenziandolo per evitare disastri. anche i palazzi non crolleranno più, le strutture vecchie saranno irrobustite e quelle nuove costruite con materiali supertecnologici in grado di resistere a qualsiasi calamità. allora, tutti dormiranno sonni sereni nei loro letti megagalattici, con la consapevolezza che mai e poi mai da qualche parte del mondo qualcuno sarà costretto a svegliarsi di soprassalto e scappare il prima possibile da casa. e non ci saranno più voragini nel terreno, non ci saranno più tsunami distruttivi, non ci saranno più crepe nei muri, tetti crollati, famiglie sfollate… ma soprattutto non ci sarà più la paura ad ogni vetro che vibra, ad ogni lampadario che oscilla, ad ogni quadro che cade dalla parete… fino a quel giorno, però, quante persone dovranno morire sotto le macerie, quanta gente dovrà dormire ancora nei tendoni, quanti paesi scompariranno dagli stradari?

séverine

la terra trema

il letto si muove. è il terremoto o lo sto sognando? no, lo sto sognando, non può essere il terremoto. sarà la cena pesante di ieri sera che non riesco ancora a digerire. eppure il letto continua a muoversi.  spalanco gli occhi. è buio. se si muove ancora mi alzo. cazzo se si muove! e vibrano pure i vetri. qualcosa cade dalla libreria. 20 secondi, 20 lunghissimi secondi e attorno a me si muove tutto. non vedo niente. dove sono le scarpe? il cellulare. non c’è nessuno in casa. mi precipito alla porta di casa. cazzo le chiavi. cazzo, cazzo, cazzo! il cancello è chiuso.  torno in camera pesco le chiavi sopra la scarpiera. cadono. le raccolgo. le mani tremano. la terra trema. tutto trema. apro la porta. silenzio. non c’è nessuno nel palazzo. che faccio? chiamo la mamma. sono le 4 di notte. non importa, la mamma è la mamma. la chiamo. “c’è stato un terremoto. ho paura. controlla il televideo. credo sia un terremoto. fortissimo. tremava tutto. non so che fare”. nel frattempo si sveglia mio padre. “dice che c’è stato un terremoto”. si svegliano i cani. “sul televideo ancora non c’è scritto niente”. sono impietrita. m’infilo una felpa  le ciabatte da piscina. apro la finestra. mi affaccio. tutto il quartiere in strada. o c’è un pigiama party o c’è stato un terremoto. ho paura. ho una fottuta paura. non so che fare. sono ancora a telefono con mia madre. mi dice di scendere: “esci”. ho paura che possa esserci una nuova scossa, mentre scendo le scale e lo sanno anche i bambini che le scale sono la prima cosa a crollare. se, però, scendo parlando con lei a telefono mi sento più sicura. prima di uscire di casa getto uno sguardo ai muri, alle crepe sulla parete. paiono quelle di sempre. faccio le scale frettolosamente, almeno per le mie gambe. do uno sguardo nel cortile:  finestre chiuse, luci spente. possibile che in questo cazzo di palazzo non ci sia mai nessuno? apro il portone: nel  vicolo il vicinato sembra essersi radunato come per la festa di quartiere. sotto il porticato c’è chi va avanti e indietro, chi guarda i tetti, chi chiacchiera, chi sta seduto sulla soglia della strada. il pachistano è in pantofole e cammina senza darsi tregua. Il dirimpettaio abruzzese dice che di scosse ne ha sentite tante, ma mai forti come questa. la vicina polacca porta a spasso il cane per fargli fare i bisognini. mi guardo attorno: stare sotto al porticato non è sicuro e il vicolo è troppo stretto,  se mi mettessi al centro della  strada i palazzi mi cadrebbero addosso per effetto domino. sono nervosa e quando sono nervosa devo fare la cacca, sento che mi sta per venire un attacco di dissenteria, ma non ho il coraggio di rientrare in casa. intanto è passata già un’ora: la gente sta rincasando, il pachistano, la vicina polacca e il dirimpettaio abruzzese  sono già andati via. il cielo sta schiarendo, il merlo già canta e mi sto convincendo a tornare a letto anche io. devo anche andare in bagno. intanto sento c. dice che è in giro in auto e che se ci dovessero essere altre scosse mi viene a prendere. ok nel caso chiamo. mi siedo sul wc. inizio a fare pipì. non ho ancora terminato che la tazza inizia a muoversi  sotto le chiappe. cazzo un’altra scossa. forte, meno lunga dell’altra, ma forte. cazzo che faccio? nella frazione di mezzo secondo, nel seguente ordine, tiro lo sciacquone, mi pulisco, tiro su le mutande e getto la carta nel cesso. chiamo c. “vieni!”. mi passa a prendere subito. rovisto nell’armadio, prendo  le prime cose che trovo: pantaloni di cotone e felpa. infilo in borsa la foto di nonna, il dentifricio e la memoria esterna del pc. perché proprio questi tre oggetti? perché cazzo non ho preso coperte, piumino e ombrello? ho inconsciamente scelto di preservare i miei ricordi e di assicurarmi di avere in ogni caso i denti puliti. esco velocemente di casa. sono le 5 del mattino e vado alla ricerca di c. la città è già sveglia da un pezzo. nelle auto parcheggiate dormono intere famiglie. c. ed io passiamo la mattinata  assieme ad amici fuori dal centro: seduti sul ciglio della strada, sotto la pioggia. inizia una lunga attesa: l’attesa che aprano i bar per fare colazione, l’attesa che finisca quest’incubo, l’attesa di sapere qualche notizia più certa sul terremoto. sì, perché ancora non sappiamo dove sia l’epicentro, quanto sia la profondità e di quanti gradi sia stata la scossa. ecco che alla radio dicono che c’è stato un morto e poi un altro. abbiamo paura. siamo in balia dei dubbi e delle incertezze. solo in tarda mattinata quando decideremo di tornare a casa e vedremo i tg ci renderemo conto della gravità e dei danni, dei morti, dei feriti e degli sfollati. la prima immagine è quella del municipio di sant’agostino, completamente sventrato. quell’immagine è un pugno nello stomaco. nessuno di noi avrebbe immaginato tanto. sono passati ormai tre giorni, le scosse continuano seppure meno forti. non ci si abitua, neanche con la consapevolezza che l’epicentro non è vicinissimo. ho passato la prima notte in strada, la seconda appisolata sulla poltrona a casa di c. e questa notte, dopo l’ultima scossa forte, mi sono coricata vestita, ma pronta a fuggire in caso di pericolo.  quando finirà tutto ciò? 

séverine