train de vie – un treno per vivere

Immag0124vi racconto una storia. una storia triste. quando lavoravo in aeroporto, lo scorso anno, ogni pomeriggio dopo le 18 passavano al mio stand due signori di mezza età che venivano da sasso marconi. erano strani, molto gentili, si fermavano 5 – 10 minuti, mi chiedevano delle mie colleghe e insistevano ripetutamente per offrirmi un caffè che quotidianamente rifiutavo. in ogni caso erano strani, un po’ inquietanti forse al primo incontro. ma la mia collega, che già aveva avuto modo di frequentarli, mi aveva avvisata: “sono carinissimiiiii” con 5 i finali. inizialmente credevo fossero aeroportuali a fine turno di lavoro, poi ho scoperto che lavoravano in un’azienda di sasso e ogni giorno venivano in aeroporto per fare una passeggiata, come chi se ne va al centro commerciale per fare aperitivo prima di rincasare. erano strani, l’ho detto, e non capivo perché facessero 20 km ogni giorno per prendere un caffè in aeroporto, dove non esiste neanche una terrazza per vedere i voli decollare e il parcheggio non è neanche dei più economici. se proprio volevano vedere la gente partire potevano andare in stazione. ma a loro non piacevano le partenze, ma gli arrivi. erano strani, lo ripeto. ogni giorno si mettevano agli arrivi e aspettavano che la porta si aprisse e che le famiglie si ricongiungessero, i fidanzati si abbracciassero, gli amici si salutassero. e così tutti i giorni, da chissà quanti anni. ma io lavoravo alle partenze e quindi forse si fermavano da me per evitare di voltare lo sguardo verso gli imbarchi, in direzione di quel non luogo che porta verso un altrove misterioso. non ricordo come si chiamassero o forse non me l’hanno mai detto, uno di loro non parlava mai, si limitava ad annuire o a negare qualche osservazione. l’altro, quello che parlava, mi faceva domande bizzarre. una volta mi chiese se pensassi mai alla morte, un’altra se credevo che dopo la morte la gente si rincontrasse nell’aldilà. io ci scherzavo e rispondevo “ma che domande fai?” mentre l’amico annuiva alla mia osservazione. e poi venne il 27 giugno, giorno dell’anniversario di ustica. gli chiesi, chissà come mi venne in mente, se sapesse se in aeroporto era prevista qualche commemorazione, temevo forse di rincasare tardi, e mi rispose, senza senso, che c’erano state anche altre stragi come quella del treno sull’appennino a san benedetto val di sambro. non ricordo se si riferisse all’italicus del 74 o quella del rapido 904 del ’80. perché non capivo, come spesso accadeva, il nesso tra la mia domanda e la sua risposta. intanto i mesi passavano e tra un “come stai?” e un “com’è andata oggi?” quello che parlava si lasciava andare e ogni tanto accennava a una ragazza che era salita in cielo e ne parlava come un fatto recente, come una storia non ancora rimarginata sulla quale per discrezione non ho mai fatto domande se non tentare qualche frase d’occorrenza “ce la farai”, “bisogna essere forti”. finché qualche mese fa, poco prima che il mio contratto in aeroporto scadesse, mi confessò che quella fidanzata, che era salita in cielo, era morta proprio durante l’attentato di quel treno a san benedetto val di sambro. parlava in maniera confusa e non capivo tutto quello che diceva. all’inizio avevo inteso che fosse un incidente automobilistico, perché stavano andando in vacanza. poi parlò di un’esplosione e di un treno sull’appennino. ma capii perfettamente quando disse che le mancava tanto e che voleva rivederla e che da quel giorno va quotidianamente al cimitero a trovarla e che aspetta di morire per rivederla. e allora ho capito, e mi sono sentita anche una merda, tutte quelle domande strane, l’interesse per gli arrivi e l’odio per le partenze. mi sono chiesta spesso come dovesse essere stata la sua vita prima di quella strage, perché ora so che anche lui è morto insieme alla sua donna. 

séverine

ferie d’agosto

20160728_210318la prima volta che sono entrata nella sala d’attesa era in ottobre. stavo aspettando m. e il suo treno era in ritardo. non c’ero mai stata prima, perché di solito prendo i treni per rotta di cuffia e devo sempre correre tra un binario e l’altro. quella volta, però, il treno di m. aveva avuto un guasto ed era in ritardo di oltre mezz’ora, così gli scrissi che l’avrei aspettato in sala d’attesa. non so perché gli diedi appuntamento lì dentro. è un posto triste e sporco, il luogo meno indicato per un primo appuntamento. c’era puzza di chiuso, faceva caldo, la sala era gremita e gli accessi verso il piazzale esterno erano chiusi per misure di sicurezza. i barboni dormivano sdraiati sulle panchine attaccate al muro, mentre i passeggeri aspettavano il proprio destino in ritardo, come il mio, di 40 minuti sul tabellone delle partenze. mi sedetti su una panchina e mi guardai attorno. notai lo squarcio sul muro… un enorme varco che tagliava la parete a metà. strano, l’avevo visto mille volte dal primo binario ma ero sempre passata con disinvoltura senza mai osservarlo con attenzione come se si trattasse di una normale porta a vetri e non di un segno permanente della storia. e poi mi accorsi delle piastrelle: proprio dove la nuova pavimentazione cede il posto al vecchio mosaico, il suolo si infossa e appare come se sprofondasse di qualche metro. e solo allora lessi per la prima volta l’elenco delle vittime. a ogni nome corrispondeva un’età, un cognome, una nazionalità, una storia. potevo ricucire i legami familiari e le origini geografiche di quelle persone al momento del decesso. un cognome sembrava tedesco, uno sardo, uno bolognese. ecco una famiglia, due fratelli, una madre e un figlio… all’epoca io avevo 23 anni e m. ne aveva 21. c’erano ragazzi della nostra età o poco più grandi e altri pìù giovani di noi. pensai alle nostre età al momento della strage: io avevo appena due anni, mentre m. era nato da pochi giorni. anche su quell’elenco c’erano bambini, contrassegnati dal numero 3, 6, 7, 8. all’epoca dei fatti io vivevo coi miei genitori a tantissimi chilometri di distanza da quella stazione e non ho alcuna memoria della strage se non tramite le foto e i filmati di repertorio visti successivamente ai fatti. forse quel giorno d’estate sarò stata al mare come d’abitudine con la mia famiglia, ma m. viveva a soli 40 minuti di treno da quella stazione e stava ricevendo le tipiche attenzioni neonatali da sua madre e dai suoi parenti. poi il tempo sarebbe passato, m. sarebbe cresciuto e anche io, ci saremmo conosciuti e innamorati di lì a vent’anni, mentre le lancette dell’orologio per quei bambini si sarebbero interrotte in quella sala d’attesa sotto un boato. non hanno mai avuto il tempo di crescere, di imparare a mangiare da soli, a scrivere, a contare fino a cento. la bomba sarà esplosa nell’attimo esatto in cui la mamma li stava coccolando o mentre facevano i capricci. nel frattempo un passeggero avrà guardato il tabellone degli arrivi, mentre altri saranno andati avanti e indietro per quella stanza, qualcuno avrà sfogliato un quotidiano e qualcun altro avrà fatto le parole crociate e poi ci sarà stato chi quella mattina avrà dormito come quei barboni sulla panchina e chi, a occhi aperti, avrà sognato le tanto desiderate ferie d’agosto che non sarebbero arrivate mai. intanto l’età su quell’elenco saliva e pensavo a quante cose nel corso di quei ventitré anni avevo fatto mentre a quelle vite era stato rubato. un tempo interrotto alle 10.25 del 2 agosto dell’80.

séverine

rotaie

vago alla deriva sulle rotaie ardenti di questo treno. sento il mio sangue scorrere più veloce delle immagini impalpabili che si proiettano sul finestrino. un libro sul tavolino. una radio che va. ho lasciato una parte di me su quel binario: non c’era posto in valigia per le mie insicurezze, per la mia onestà! una bambina corre veloce per il corridoio, un ragazzo fissa il vuoto del tempo che passa, una donna sulla mezza ha tracciato sulla pelle “il peso di questa insostenibile esistenza”. l’uomo con la ventiquattrore si aggiusta il nodo alla cravatta mentre un gatto miagola chiuso nel suo trasportino. quanti occhi che si guardano, che si scrutano come campioni in un laboratorio di scienze. e la mia vita passa di fianco alla loro per un solo istante, per qualche ora e basta, senza né arricchirli né privarli di niente! e intanto alle rocce si alternano le colline e poi una città. penso a colui che ho lasciato immobile in quella stazione: scenderò anche dalla sua vita così indifferente quando avrò raggiunto il capolinea? è già il tramonto. il sole cede il posto alle apparenze. l’uomo coi baffi raccoglie i suo bagagli, la mamma incappuccia la sua bambina. il treno si ferma: “prego scendere”, ma non c’è nessuno che mi viene a prendere. (2004)

séverine

l’ultimo treno

parlava spesso di paesaggi mobili, quelli che si catturano di sfuggita dai finestrini dei treni, mentre lo sguardo resta fermo verso un orizzonte ipotetico che fluttua e si sposta a ogni movimento sulle rotaie. era così che si sentiva, impotente di fronte alle cose che accedevano. neanche il tempo di formulare un pensiero che si sentiva già trascinata verso un’altra direzione e non poteva controllare gli spostamenti se non solo passarci di fianco, passivamente. e fu così che, dalle parti di firenze, in quel viavai di immagini passeggere vide un uomo volare via da quel quadro infinito. ( verso milano 2004)

séverine

l’arrivée d’un train à la ciotat

eccomi qui. buttata ancora su un treno, con le mie ansie, le mie paure, questa insicurezza che permane. fra poco di nuovo a casa! il paesaggio scorre in senso contrario ai miei occhi… un tunnel, un po’ di blu, una nuvola e ancora il sole. sono in treno e scrivo. esserci e scrivere. già mi è capitato in passato, ma fino a che punto?! c’è vuoto, tutto scorre, eccetto me che sono seduta a scrivere. persino i miei pensieri non riescono a superare la penna che passa, macchia e poi fugge verso il rigo successivo. come al solito ho perso i documenti. sono anonima, clandestina. fra un paio d’ore sarò arrivata a casa. libera di nuovo o schiava di me stessa? mi propongo sempre delle scelte inutili,  perché tanto non mi trovo mai nella situazione di scegliere. gli appennini passano: è il tratto più lungo. anche la gente passa nel corridoio. il tempo no, quello non passa mai.

14 giugno 1998

Séverine

l’uomo del treno

sono in treno, viaggio verso nord est. di fronte a me c’è una signora sui cinquanta ben vestita, ben truccata, ben pettinata, intenta a leggere un libro in riservatezza. più in là, invece, viaggia un’altra donna sempre cinquantenne, ma dall’aspetto trasandato e stanco. ha i capelli arruffati di un colore sbiadito, quasi quanto la carnagione del suo viso segnato da marcate rughe. resto colpita dal suo abbigliamento: ha i pantaloni blu, le scarpe beige, i calzini bianchi, la maglia arancione, la giacca viola e la borsa marrone. penso che persino un bambino saprebbe abbinare meglio gli indumenti, ma malgrado questa accozzaglia di colori è vestita rispettosamente non più o non meno dell’altra donna seduta di fronte a me. la donna trasandata ha l’accento meridionale e sta parlando con un uomo milanese, di cui, però, non vedo il volto ma solo le enormi mani che gesticolano mentre si rivolge a lei. chiacchierano, del più e del meno: cosa fa nella vita? dove scende? viaggia per lavoro? siamo in ritardo? freddino oggi? insomma le solite conversazioni da treno, che tanto detesto quando vorrei dormire, leggere o ascoltare un po’ di musica in santa pace. ma niente, oggi tutto ciò non è possibile. il tono di voce e  la risata  di lei sono troppo acuti e mi impediscono di rilassarmi. così, dietro ai miei occhiali da sole, mi metto ad osservarli e ad ascoltare le loro conversazioni, incurante della buona educazione e della riservatezza. lei un po’ civettuola, malgrado l’aspetto e l’età avanzata lancia sorrisi ammiccanti all’uomo, gli offre un sorso della sua acqua brillante e fa battute sulla mentalità del nord così diversa da quella del sud. poi, la conversazione si sposta sul piano privato. lei, forse insegnante in qualche scuola del nord, si è lasciata da un anno dal marito, ha avuto problemi lavorativi e nel giro di poco tempo si è ritrovata senza casa e senza un soldo. per mesi è andata avanti chiedendo ospitalità agli amici, mentre ora vive con suo padre e riesce ad andare avanti miseramente tra la pensione di questo e il suo stipendio. anche a lui, dipendente di un’azienda milanese, l’inflazione e la crisi economica hanno trasformato il suo tenore di vita. non si vergogna di dire che a sessant’anni è aiutato da suo padre, perché altrimenti solo col suo stipendio non riuscirebbe ad arrivare a fine mese. poi, lui è sceso, al suo posto è salito un ragazzo di vent’anni e lei ha smesso di sorridere di colpo ed è diventata malinconica. penso alle loro età: cinquant’anni e sessant’anni e capisco che non c’è molta distanza tra loro e me, con la differenza che loro alla mia età hanno potuto metter su famiglia e allevare dei figli, mentre alla mia generazione tutto ciò sembra negato per un tempo indefinito. ci dicono che la ripresa economica sta avvenendo. ma per chi? per le aziende, per lo stato? o per la massa? su un treno s’incrociano le vite di una trentenne senza futuro, di un sessantenne che riceve mensilmente la paghetta dal padre e una cinquantenne che è tornata a vivere dai genitori. tutti noi siamo un caso o un caso tra tanti?

séverine