la sottile linea rossa

uno di quei soliti giovedì pomeridiani. lo psichiatra non c’era. in realtà non c’era nessuno del gruppo. la stanza con le sedie in cerchio era deserta. c’eravamo solo io, l’universitaria in crisi per gli esami e il ragazzo che sentiva le voci. e poi, c’era l’assistente sociale e la giovane psicologa. non so se ci fosse la stagista. nessuno ci aveva avvisato che la terapia fosse fallita e che lo psichiatra se l’era data a gambe, lasciandoci soli ai nostri mali. la sua motivazione era che noi non eravamo sinceri l’uno con l’altro. la mia motivazione è che noi non eravamo sinceri l’uno con l’altro, perché a nessuno importava niente dell’altro. l’universitaria era innamorata del medico. lo avevo capito da subito, perché tesseva continuamente le sue lodi e le luccicavano gli occhi  quando parlava di quel vecchio grassone. eppure quel giorno continuava a dire che era uno stronzo, che così non ci si comportava, bla-bla-bla-bla. io dal basso dei miei 17 anni pensavo che il mondo è strano: fino a una settimana prima quella se lo sarebbe fatto e rifatto sulla lettiga fetente di quel putrido istituto di igiene mentale e adesso ne diceva peste e corna. ma stavo zitta. non capivo. non ho mai capito che ci stessi a fare lì. a me scappava solo la pipì e forse quel giorno anche la cacca.  anzi, no, io dovevo fare la cacca. non si fa la cacca nei bagni pubblici. e per fare la cacca dovevo purgarmi. e per purgarmi dovevo essere a casa, nel “mio” bagno. la cacca non era come la pipì, impegnava molto più tempo ed esigenze. a volte non bastava neanche una sola purga, ma il rituale andava ripetuto due volte al giorno. mi hanno detto che purgandomi per cinque anni di fila, quotidianamente, ho rischiato di provocarmi un cancro all’ano, per non so quale problema alle mucose. insomma, io volevo andare a casa a purgarmi, ma sapevo che i miei sarebbero venuti a prendermi alle cinque come previsto. e che avrei fatto tutto quel tempo? il ragazzo che sentiva le voci era visibilmente agitato. non accettava il comportamento dello psichiatra. si lamentava, si agitava. urlava. diceva che così non andava, che doveva parlare col dottore, che lui stava male. e io ho capito che le voci dovevano tormentarlo proprio in quell’istante. non gli davano pace. lo umiliavano. e poi ha parlato di lei. di questa ragazza che lo rifiutava e piangeva mentre ne parlava. o almeno io voglio ricordare che piangesse. forse nel suo tormento interiore stava combattendo contro quelle presenze invisibili, beffarde e si chiedeva perché lei lo rifiutasse. lo chiedeva a noi, ma non sapevamo rispondergli.  si chiedeva perché lei non lo volesse. e questo pensiero lo formulò ad alta voce, lo rese pubblico a tutti noi. e io non mi sono mai sentita tanto vicina a quel ragazzo come in quel momento. sapevo benissimo quello che stava dicendo. si chiedeva perché di tanto rifiuto. anche io me lo chiedevo. me lo sono sempre chiesta, me lo sarò sempre chiesta in futuro. cosa aveva che non andasse e se…. e se quelle voci avessero avuto ragione? la giovane psicologa lo calmò, e calmò la ragazza universitaria. io mi chiedevo ed ora? avevo anche paura. settimane prima nella sala d’attesa avevo assistito al tossico che raccontava isterico di quando aveva tentato di ammazzare la madre. e la cosa mi aveva turbato. e pensavo che se la seduta fosse finita lì, molto probabilmente lo avrei incontrato in sala d’attesa. ci fu spiegato che da quel momento avremmo iniziato una nuova terapia: sedute singole con la giovane psicologa che voleva dire niente più prozac, niente più test idioti, niente più riunioni di gruppo dove ammettere “ciao, sono sev non ho fame (mi scappa la pipì e mi purgo per fare cacca)”. mi chiedevo quando sarebbe finito tutto ciò. quando ce ne saremmo potuti andare a casa. la giovane psicologa ci suggeriva nuovi metodi curativi dal training autogeno (fu la prima volta che ne sentii parlare) all’ipnosi, quasi invogliandoci a seguire il suo iter. l’universitaria era incuriosita dalla novità e passò dal disinnamoramento per lo psichiatra all’innamoramento a prima vista verso questa giovane psicologa. le voci del ragazzo erano uscite dalla sua testa e si erano espanse nell’aria talmente forti e ammorbanti che le sentivamo persino noi. un attacco di panico. voleva vedere lo psichiatra. lo psichiatra era occupato, stava visitando. la giovane psicologa e l’assistente sociale provavano a consolarlo, a confortarlo, ma con scarso successo, finché lo psichiatra non si liberò. il ragazzo che sentiva le voci si allontanò. non lo rividi più. le sue voci, però, erano rimaste nella stanza, una sorta di transfert, io potevo sentirle, da quel momento esatto potevo sentirle anche io. io posso sentirle ancora. e fu a quel punto che successe. non so chi, se la giovane psicologa o l’assistente sociale disse qualcosa che non avrei mai dimenticato. disse che bisognava poi, considerare che tipo di ragazza fosse, a quale target ambisse. il messaggio era chiaro, chiaro almeno per una ragazzina di 17 anni. e lo sarebbe stato anche per quella stessa ragazzina a 20 anni e a 30. il messaggio alludeva al fatto che bisognasse sempre avere consapevolezza di chi si è e a cosa si può ambire, alle persone a cui ci si propone e sapere che c’è una sottile linea rossa che non bisogna superare. dopo quel giorno non rividi più ne’ l’universitaria, ne’ il ragazzo che sentiva le voci, ne’ l’assistente sociale. la terapia individuale con la giovane psicologa durò qualche mese e con risultati disastrosi, sul piano emotivo, umano, psicologico. le conseguenze del fallimento di quest’ennesima terapia furono dannose e irreparabili (di questo non parlerò mai). fu a un concerto rock, a più di un anno da queste vicende che riuscii per la prima volta a trattenere lo stimolo della pipì per un giorno intero. ricordo quel giorno, perché  fu anche la prima volta che riuscii a mettermi in bikini mostrando a tutti la mia grassa pancia bianca senza imbarazzo. fino a quel giorno la mia grassa pancia era un tabù. ero guarita? non lo so, ma ero sulla strada giusta.

sév

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giovanna la pazza

a sedici anni non mi volevo bene e ho smesso di mangiare. avevo la nausea e per farla passare dovevo assumere il plasil prima di ogni pasto, prima di ogni caramella. sono stata dipendente dal plasil per nove mesi. poi, spinta dall’interesse (non corrisposto) per un ragazzo, ho smesso di prenderlo. ne prendevo metà compressa e poi un quarto, fino a interrompere definitivamente. contemporaneamente all’anoressia, ho iniziato a soffrire di disturbi psicosomatici. in particolare di cistite.  avevo paura che mi scappasse la pipì all’improvviso, così come temevo di farmela addosso di notte e dormivo con una mano tra le gambe per accertarmi di non pisciare nel sonno. per fortuna non è mai successo, né allora, né dopo. ero terrorizzata dall’idea non avere un bagno a disposizione o di dover stare troppe ore fuori casa, di entrare in un bar e trovare il water closet guasto o di avere lo stimolo fortissimo a scuola durante un’interrogazione. avevo la vescica perennemente secca (l’ecografia da una ginecologa fu una delle esperienze più traumatiche della mia vita), perché non appena la mia mente elaborava l’immagine “bagno”, una spia rossa si accendeva e dovevo assolutamente entrarci. andavo in bagno più di trenta volte al giorno e almeno quattro volte ogni notte. credo che la mia insonnia sia iniziata allora. bevevo pochissimo, per ovvie ragioni e di conseguenza iniziò a spuntarmi la cellulite sulle chiappe. questa cistite è durata quasi due anni. a diciassette anni si decise di farmi curare, contro la mia volontà. inizialmente si trattava di incontri singoli con uno psichiatra. il primo giorno mi diede un questionario da compilare e in base alle mie risposte “si, no, forse, poco, abbastanza, non saprei” formulò la diagnosi: depressione. mi diede il prozac e qualcos’altro. mi disse di ritornare la settimana successiva. nessun divanetto, nessuna macchia di rorschach, manco sharon stone con le cosce accavallate sulla sedia girevole, insomma. dopo una settimana avevo già messo da parte gli antidepressivi (di questo non parlerò mai), mi facevano venire la tachicardia e non riuscivo a dormire, col risultato che trascorrevo più tempo in bagno a urinare.  di questa esperienza intima con il wc lo psichiatra non ne venne mai a sapere. parlavamo d’altro, per lo più del mio abbigliamento. e poi cosa c’era da dire, indossavo solo tute all’epoca. insomma io non ci volevo andare dal dottore, non era un mio problema se avevo bisogno di un bagno, ma degli altri.  io stavo bene così, bastava assicurarmi che in qualsiasi momento, ovunque andassi ci fosse uno sciacquone che funzionasse e della carta igienica. a volte le fissazioni di una persona danno più disagi a chi le sta attorno, che alla persona stessa. dopo alcune sedute inutili con questo medico a parlare delle mie tute, delle minigonne che di lì a poco avrei indossato, di un abbigliamento più femminile che mi facesse risaltare il corpo si decise che avrei seguito delle terapie di gruppo. a queste terapie eravamo in parecchi, ma nessuno di noi sembrava interessato all’altro e in fin dei conti nessuno era veramente sincero. io fingevo, ho sempre finto lì dentro. “dai depressi-anonimi non funziona come all’alcolisti-anonimi”! e tutto quello che si crede è solo invenzione del cinematografo. c’era, però,  un ragazzo che non dimenticherò mai. lui sentiva le voci. sì, sentiva le voci come giovanna d’arco. ma non lo incitavano a intraprendere una guerra santa, a liberare la sua terra e a far incoronare un re. tutt’altro. erano voci che lo tormentavano, che lo denigravano, che lo ammonivano sprezzante, che prendevano in giro la sua  virilità. george bernard shaw scriveva nel 1923 che «vi sono al mondo persone dalla fantasia tanto viva che le idee vengono loro come una voce udibile, talvolta emessa da una figura visibile». socrate, lutero, swedenborg, blake e tanti mistici ebbero visioni e udirono voci proprio come quel ragazzo. se quel ragazzo era un folle, lo sarebbe dovuta essere di conseguenza tutta la cristianità! quelle voci dovevano essere presenti anche lì, in quei giovedì pomeridiani,  mentre noi eravamo in cerchio ad ascoltarlo, o fingere di ascoltarlo.  solo che noi non le sentivamo, o forse non le sentivamo ancora. io mi chiedevo che ci stessi a fare lì. cosa avesse in comune la mia vescica con i deliri di quel ragazzo. ci avrei messo anni prima di capire, prima di  sentirle anche io quelle stesse voci. le mie, però, non erano le voci di sconosciuti, ma erano quelle degli uomini che mi avevano lasciato, rifiutato e di quelli che mi avevano insultata, perché li avevo rifiutati io. era l’eco delle loro parole di addio rimasto indelebile nella mia mente: “di te non me ne frega niente”, “stare con te è come stare con una bambina di tre anni. a me piacciono le donne”, “sarai solo il cesso dove andranno gli uomini a scaricare quando non troveranno una figa migliore”, “non vali niente”. questi insulti non sono mai usciti dalle mie orecchie e continuano a echeggiare, tormentandomi a rinfacciarmi i miei difetti ad ogni nuova delusione, ad ogni nuovo fallimento, ad ogni nuova voce che si aggiunge a quelle passate. e, allora, ho capito che la mia vescica non era poi tanto diversa da quel ragazzo. la differenza consisteva solo nel fatto che io, come tutti noi, so che le mie voci non esistono, che non sono altro che un rimorso non ancora rimosso del mio es, mentre quel ragazzo e giovanna d’arco non lo sapevano. loro avevano indubbiamente molta più immaginazione di me. 

sév